Interventi

Combattere il sistema mafia nella trincea delle procure

di Raffaella Calandra

(Agf)

3' di lettura

Tutte le strade continuano a portare a Roma. Città aperta anche per le mafie. Roma, considerata «il futuro» da vecchi e nuovi boss; qui dove organizzazioni criminali locali diventano geneticamente modificate, a contatto con clan tradizionali. Nella consapevolezza che la corruzione resta il principale problema, ma qui come altrove, «l’idea di legare indissolubilmente mafia e corruzione organizzata è falsa in punto di fatto ed è estremamente pericolosa».

È diverso da quello di Palermo, Reggio Calabria o Napoli, ma anche quello di Roma è uno dei «Modelli criminali», con cui l’Italia deve fare i conti, nel contrasto alle «mafie di ieri e oggi», sottotitolo del saggio di Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino: il primo procuratore della Repubblica di Roma; il secondo, procuratore aggiunto, insieme da anni nella caccia ai latitanti di Cosa nostra, nella lotta alla ’ndrangheta, quindi ai gruppi criminali della capitale. Sotto al Cupolone, dove tutto si mescola, può succedere che un trafficante di Tor Bella Monaca inviti il quartiere alla festa di compleanno, con tanto di torta col disegno del Rolex, perché «per gestire la piazza di spaccio compra la droga o da ‘ndranghetisti o da camorristi che vivono a Roma». E allora proprio come nei feudi di ‘ndrangheta o camorra, questi simboli servono a rafforzare l’identità e creare consenso. Soprattutto in periferie, sempre più trascurate. Alla luce della loro esperienza - delle alterne pronunce nell’inchiesta sul “Mondo di Mezzo” e di decine di sentenze su quelle che la Cassazione ha definito «piccole mafie» - i due magistrati provano allora a rispondere anche alla domanda da subito rivolta loro: «C’è la mafia a Roma?».

Loading...

«Roma non è dominata dalle mafie», scrivono, ma a Roma «lavorano tutti e tutti fanno i soldi», per dirla con uno dei protagonisti delle vicende di Ostia. Roma, dunque, territorio complesso anche sotto il profilo criminale. E «sbaglia chi continua a dire che le associazioni operanti nel Lazio non sono mafiose», notano le due toghe, che indirettamente rispondono anche a mesi di polemiche, da parte di chi vedeva solo dei «cravattari» nella banda di Massimo Carminati, principale imputato nel processo Mondo di mezzo, condannato in appello per associazione mafiosa. Le mafie hanno sempre fatto ricorso alla corruzione, ma proprio per quest’indagine romana la Cassazione ha riconosciuto che «una sistematica attività corruttiva può determinare l’acquisizione della forza intimidatrice che caratterizza le organizzazioni mafiose, purché vi sia una riserva di violenza. Ma mafia e corruzione restano fenomeni diversi e non necessariamente collegati». Fenomeni pericolosi per le economie, in termini di impoverimento del sistema, ostacolo alla crescita, costi aggiuntivi. E soprattutto nella «fase attuale di debolezza della politica», reti corruttive estese diventano particolarmente insidiose. Proprio come la mafia, che c’è e non solo nelle aree di origine; i due magistrati la sanno riconoscere molto bene, ma proprio i tanti anni in trincea rafforzano Pignatone e Prestipino nella consapevolezza che «lo strumento giudiziario non può risolvere problemi sociali ed economici». L’analisi dei vari modelli criminali diventa allora anche l’analisi della contaminazione dell’economia legale da parte di capitali illeciti. Un contagio, che mette in pericolo la stessa vita democratica, ma che sempre più spesso si prova a bloccare con approcci più conservativi nei confronti delle aziende, più selettivi, rispetto ai classici strumenti di sequestro e confisca, troppe volte diventati motivo di morte per imprese passate allo Stato. Un diverso approccio, reso necessario anche per i casi di società che «non sono mafiose, ma hanno rapporti con la mafia. Così come di imprese che non vivono solo di corruzione, ma che accettano un quantum di corruzione».

Da Milano a Roma a Palermo, le cronache registrano decine di casi di multinazionali e banche in rapporti con la ’ndrangheta o di società in contatto con Cosa Nostra; o storie di cooperative collegate all’organizzazione mafiosa romana. A volte, solo per settori marginali. Forme di «inquinamento mafioso che non giustificano sequestro e confisca, ma che possono essere curate, con la rimozione di dirigenti collusi, cambiando fornitori e subappaltatori, intervenendo sul modello organizzativo». Con un paradigma terapeutico, cioè, finalizzato a salvare imprese di per sé sane, ma condizionate dalla criminalità organizzata. E anche così è cambiata al Sud la percezione della mafia. E dello Stato. Che «è stato e sarà sempre più forte», concludono Pignatone e Prestipino. Soprattutto se anche verso i criminali mostra il volto migliore. Sempre «nel rispetto delle regole», che era la «preoccupazione - per non dire l’ossessione – di Leonardo Sciascia». Proprio come dei due magistrati, siciliani come lui e studiosi di modelli criminali.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti