cambio di pelle

Come deve cambiare la “mentalità bambina” al lavoro

Tutti parlano di rivoluzione nella tecnologia, nelle competenze, nei contratti. Pochi si concentrano però sulla condizione di base di ogni rivoluzione, vale a dire il cambio di <i>mind set</i> nelle persone, il cambio di approccio mentale al lavoro

di Lorenzo Cavalieri *


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(Agf Creative)

    4' di lettura

    Negli ultimi anni fioriscono i dibattiti sul futuro del mondo del lavoro. Tutti parlano di rivoluzione nella tecnologia, nelle competenze, nei contratti. Pochi si concentrano però sulla condizione di base di ogni rivoluzione, vale a dire il cambio di mind set nelle persone, il cambio di approccio mentale al lavoro.

    Il lavoro così come l'abbiamo conosciuto nella seconda parte del novecento era un gioco conflittuale ma tutto sommato semplice e lineare. Le organizzazioni aziendali si ispiravano a modelli che mescolavano l'imprinting militare con quello della catena di montaggio. Nella vita lavorativa delle persone quasi tutto era standardizzato, ripetitivo, irregimentato, protetto da recinti contrattuali e regolamentari.

    Chi in natura ha bisogno di una vita dipendente (nel senso di dipendere da), protetta, ripetitiva e irregimentata? Un bambino. Infatti quel tipo di organizzazione del lavoro lasciava emergere spesso e volentieri il bambino che è in noi, generava un approccio mentale al lavoro con abbondanti tratti infantili. Quando ridevamo per le disavventure del Ragionier Fantozzi non ridevamo solo per le sue gag comiche, ma perché ci rivedevamo in quel mix di atteggiamenti bambineschi.

    Nello scenario del terzo millennio il lavoro cambia pelle. Il bambino deve diventare adulto perché il suo lavoro non è più protetto, standardizzato, irregimentato, o lo è molto di meno. Nessun datore di lavoro ci può garantire che avrà bisogno di noi anche solo fra un anno, e che le nostre mansioni saranno le stesse di oggi. Le organizzazioni sono esposte al vento della competizione globale e le nostre competenze esposte al vento dell'evoluzione tecnologica. Quindi il “bambino” reso pigro dalla ripetizione degli stessi gesti e reso capriccioso dalla sicurezza di essere protetto nel suo percorso è chiamato a diventare “adulto”, responsabile, autonomo, intraprendente.

    In un articolo precedente ho illustrato uno dei tratti tipici della “mentalità bambina” sul lavoro: “Non dipende da me”. Mi proteggo dalla fatica degli impegni e dalle delusioni dicendo agli altri e soprattutto a me stesso “non dipende da me, non posso farci niente”. Tuttavia il cucciolo che è in noi emerge con molte altre modalità sul luogo di lavoro. Imparare a riconoscere questi atteggiamenti significa aumentare la nostra consapevolezza, guardarci allo specchio, riconoscere “il bambino” che ogni tanto in ciascuno di noi prende il sopravvento e metterlo a tacere. Ne abbiamo bisogno perché se non lasciamo prevalere “l'adulto” il lavoro assumerà una dimensione sempre più problematica nella nostra vita. Ecco dunque almeno altri 6 atteggiamenti infantili, fortemente interconnessi l'uno con l'altro, con cui tutti noi dobbiamo fare i conti:

    Quando ridevamo per le disavventure del Ragionier Fantozzi non ridevamo solo per le sue gag comiche, ma perché ci rivedevamo in quel mix di atteggiamenti bambineschi


    1) “Tu non mi capisci/non mi ascolti/non mi dedichi tempo” Sono frasi che pensiamo o che pronunciamo spesso nei confronti del nostro capo, ma anche di colleghi e clienti. E' come se la nostra voce interiore dicesse “io ho un problema perché sei tu cattivo che non mi dai abbastanza attenzione”. Come sappiamo bene questo atteggiamento tende ad essere percepito come lamentela polemica, infatti solitamente gli altri non reagiscono in modo collaborativo a questo tipo di messaggio. Siamo importanti ma non siamo al centro della vita di chi lavora con noi. In un mondo frenetico e competitivo oggi un lavoratore “adulto” deve saper resistere a situazioni anche prolungate di solitudine, in cui non c'è nessuno che ti offre feedback e gratificazioni.

    2) “Tu ti approfitti di me/di noi”. In questo schema ricorrente il capo o il datore di lavoro o il cliente è il carnefice e il lavoratore è la vittima. Non è solo uno schema ideologico. E' anche e forse soprattutto uno schema psicologico. In ogni novità, in ogni progetto, in ogni situazione che ci mette in discussione, anche quando ne ricaviamo vantaggi personali, il nostro modo di esorcizzare paura e insicurezza è quella di identificare il dolo di un cattivo egoista che ci vuol togliere qualcosa. Qualche settimana ho chiesto ad una persona la cui azienda aveva introdotto lo smart working con soddisfazione diffusa tra i difendenti se fosse contento della nuova soluzione. La sua risposta è stata “Si, abbastanza. Certo ‘sti str… si risparmiano un sacco di soldi di ticket restaurant”.

    3) “Non sono capace/Dimmi cosa devo fare”. In questo schema la voce interiore è quella di un bimbo che dice “guarda che io sono solo un bambino e tu non mi puoi lasciar fare cose che mi mettono a disagio o che mi potrebbero portare a sbagliare e ad essere sgridato/ridicolizzato. Non posso rischiare di sbagliare.”. Inutile dire quanto questo “pattern” sia deleterio in un mondo del lavoro in cui le persone sono spinte all'autonomia e all'intraprendenza.

    4) “Tanto a me non importa niente” Di solito pronunciamo questa frase quando proviamo disagio e sentiamo di non essere adeguati all'attività che stiamo svolgendo o all'ambiente in cui stiamo operando. Il bambino che è in noi sussurra “questo gioco mi va male, non mi piace. Se proprio devo continuare a giocare lo faccio deliberatamente male o con il minimo sforzo. L'obiettivo visto che non mi diverto io è che non si diverta nessuno così presto cambiamo gioco.”

    5) “Invece non è così” Prendere atto della realtà è forse la definizione più esaustiva del processo per cui si diventa adulti. Non accettare che il prodotto che abbiamo messo sul mercato ha fallito, o che la nostra performance sia stata mediocre, o che i numeri abbiano smentito una nostra teoria significa riproporre il mondo immaginario del bambino, che si chiude occhi e orecchie perché la verità è troppo dolorosa.

    6) “Io, io, io, io” Quando siamo bambini il mondo coincide con noi stessi. Crescere significa prendere consapevolezza di essere una piccola cosa che fa parte di un grande insieme. E' vero che abbiamo bisogno urgente del report da parte del nostro collega e che ce l'ha promesso entro le 15, ma è vero anche che per lui il nostro report non riveste l'urgenza che riveste per noi e che per realizzare il report ha bisogno di una serie di dati che non è stato possibile recuperare entro le 15. Nel nuovo mondo del lavoro in cui per tutti diventa sempre più decisiva la capacità di relazionarsi con gli altri, “uscire dall'io” è condizione fondamentale di successo e soprattutto di benessere.

    * Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring

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