IDA CASTIGLIONI E L’OCEANO

Come domare l’Atlantico e i pregiudizi

di Roberto Casati

5' di lettura

Eric Tabarly, uno dei grandi velisti del Novecento, il mattino della partenza era stato gentile ma chiaro: «Ida, buona fortuna ma attenzione: non è roba da donne».

Certo Tabarly conosceva bene la Ostar, la regata transatlantica per navigatori solitari che si corre nel Nord Atlantico da Plymouth in Inghilterra a Newport nel Rhode Island; aveva stravinto la seconda edizione del 1964, mostrando al mondo, lui francese, che la vela oceanica non era roba per soli inglesi, e l’avrebbe poi rivinta in questa edizione del 1976 sul Pen Duick VI, una barca pensata per un equipaggio di dieci marinai.

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Ma l’edizione del ’76 sarebbe diventata storica per il maltempo e andrebbe ricordata per tutt’altre ragioni. Ad arrivare 42esima in tempo reale fu la trentenne Ida Castiglioni a bordo di un Impala 35, dopo trentasette giorni di depressioni, tempeste, bonacce, derive, nebbie e incontri ravvicinati con cargo zombie pilotati da timonieri disattenti e bevitori di lungo corso, superando in tempo compensato i navigatori italiani e le navigatrici francesi.

Il racconto della Ostar apparve in un libro, Eva, il nome della barca, che vinse il Bancarella Sport. Libro frizzante, diario di bordo sofferto e allegro, che ci racconta di un entusiasmo e di un’energia che, se da un lato oggi ci possono apparire distanti, dall’altro sono gli ingredienti necessari di ogni grande impresa, insieme alla preparazione accurata.

Perché di grande impresa si trattò, basta dare un’occhiata alle statistiche. Centoventi alla partenza, quarantacinque ritirati (collisioni, timone rotto, albero danneggiato, rovesciamento, falla, avarie meccaniche, ferite, affondamenti e anche un incendio a bordo), tra questi un Malingri e un Fogar, nientemeno; due dispersi - Flanagan il cui Galloping Gael venne ritrovato senza skipper, e McMullen, che aveva perso la moglie proprio prima della partenza, mai più rientrato, forse una dolorosa storia d’amore del mare. La collisione di David Sandeman con un peschereccio russo che, si dice, faceva spionaggio.

La scelta complicata tra rotte meridionali, più comode ma molto più lunghe, e rotte settentrionali, più brevi ma fredde e procellose. L’arrivo difficile per tutti in una zona in cui vento, pioggia e nebbia stranamente si manifestano allo stesso tempo e nascondono cargo e pescherecci, e le insidie della costa, tra cui la temibile Sable Island, una secca lunga cento chilometri segnalata solo da due fari alle sue estremità. L’estenuante negoziato tra iceberg che incitano a lasciare il Nord e la Corrente del Golfo da cui tenersi al largo a Sud per non essere respinti indietro. E naturalmente si parla degli anni Settanta: timone a vento e non pilota automatico, niente Gps e quindi uso del sestante (quando c’è bel tempo) e di radiogoniometri (utilizzabili solo vicino a riva); niente radio ricetrasmittente ma il solo barometro e il bollettino Bbc come previsioni meteo; carte nautiche all’antica, di carta; punto stimato in mezzo all’oceano basandosi sulla percorrenza approssimativa calcolata con il log.

Il log: un’elichetta immersa sotto la chiglia, che indica la velocità della barca rispetto all’acqua, poi bisogna fare la tara delle correnti - se si ha un’idea di dove ci si trova. Come tutte le cose che in una barca stanno sotto la linea di galleggiamento, incontra le simpatie degli abitanti del mondo sommerso: alghe, lenze, molluschi fanno a gara per impigliarsi nell’elica e gripparla. Per rimetterlo in funzione va ripulita, ma per farlo si deve sfilare dalla chiglia, di fatto aprendo una piccola via d’acqua che va subito arginata con un tappo apposito. Castiglioni ripete l’operazione decine di volte. Quando il mare è imponente e frange in coperta, o la barca s’infila nell’onda, la pressione dell’acqua è tale che il mare trova tante piccole strade verso l’interno, inesorabili. Una pompa a mano di grande portata, installata all’interno per eventuali emergenze, permette di buttare fuori tutta l’acqua che si accumula in sentina. Quindi, un viaggio perennemente umido; e si parla degli anni Settanta come già detto, pantaloni e golf in cotone e lana da mettere quando si è dentro, e una sola tuta Polar da indossare fredda e umida prima di uscire per le manovre, e da strizzare al rientro. L’interno della barca al traguardo sarà coperto da un dito di muffa, e a poco servono per riscaldarsi i sacchi a pelo e la giacca a vento da sci.

Lo sci. Castiglioni è certo una sportiva: capanne sugli alberi da bambina nel giardino della villa vicino a Varese, montagna e sci agonistico i suoi esordi, e poi ancora aliante; è arrivata a Caprera, la scuola di vela, solo pochi anni prima, bocciata al primo corso da Doi Malingri per essere affondata su un Vaurien dopo uno scontro, ma poi istruttore alla stessa scuola. La Ostar richiede una lunga preparazione, la logistica è impegnativa («Per fortuna - mi dice - facevo l’architetto nel Vallese, cosa che mi ha permesso di comprare la barca e fare debiti») e la conoscenza del mare è una funzione del numero di miglia percorse; alle spalle ha la partecipazione alle classiche regate in Mediterraneo, e due volte alla Cape to Rio. La seconda con una barca di sole donne, la prima con un gruppo di uomini che la boicottano quando lei si rifiuta di essere la sola a cucinare. (Come si boicotta in questi casi? Semplice, basta non rilevare la timoniera alla fine del suo quarto, lasciarla fuori finché non cede e accetta). Un confronto non facile con uomini più vecchi, abituati a comandare, strutturalmente incapaci di prendere ordini da una giovane donna. Per la Ostar si fa preparare vasetti in vetro sottovuoto con pollo e fesa al limone, e purtroppo non può accettare, pena la squalifica, l’aragosta che le offrono i baldi pescatori di Nantucket un po’ prima dell’arrivo, increduli al vederla. La grande impresa è in fondo un inno al femminismo: «Se ho dato un piccolo contributo, è che dopo di me le donne hanno potuto chiedere di andare al timone senza aspettarsi automaticamente un no».

In una lunga navigazione le difficoltà sono innumerevoli, gli imprevisti dietro l’angolo, i nervi devono essere saldi. Il navigatore è una persona trasversale e verticale, deve saper cucinare, appunto, ma anche consultare la tavola delle effemeridi, riparare il riflettore del radar e studiare una strategia per ottimizzare la velocità. L’altura è tutto improvvise accelerazioni - un cambio vele faticoso e rischioso perché non si era previsto il rinforzo di vento, una drizza sull’albero da liberare, il fiocco caduto in acqua da ripescare - che punteggiano lunghi periodi di inattività forzata. Castiglioni dorme solo di giorno con appeso al collo un contaminuti, micro-sonni di venti minuti, poi fuori a guardare se tutto va bene, poi di nuovo a rintanarsi sottocoperta; ha una lampada a gas che le serve soprattutto per leggere, trenta libri vengono divorati nella traversata. I libri: non un passeggero occasionale ma compagni di viaggio fin dal tempo della capanna sugli alberi, e se è arrivata a concepire il sogno che poi ha realizzato, mi dice, «è stata tutta colpa dei libri».

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