Pseudoscienza e negazionismo

Come fermare l’avanzata delle bufale scientifiche

di Enrico Bucci e Gilberto Corbellini

Bebe Vio fotografata da Anne Geddes per la campagna a favore del vaccino contro la meningite

5' di lettura

Per recuperare terreno nei confronti del negazionismo scientifico sono stati individuati una serie di fatti che attengono a due diverse aree: il modo di comunicare da parte dei ricercatori e la loro immagine pubblica, da una parte, ed il tipo di fatti da portare all'attenzione del pubblico, dall'altra.

Cominciamo dal primo gruppo di argomenti.

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È sbagliato raccontare che esiste un «rifiuto della scienza». Innanzitutto, come abbiamo detto, sono rarissimi i negazionisti che rifiutano la scienza nella sua interezza: piuttosto si sceglie ciò che si rifiuta o si accetta. È fuori discussione che tutti noi, inclusi gli scienziati, tendiamo a selezionare i fatti che supportano le nostre convinzioni e ad evitare quelli che non sono in consonanza con le nostre aspettative, scopi e paure. La selezione naturale ha trovato più adattativo il bias di conferma. Proprio per questo la comunità scientifica si è dotata della peer review, così che qualcuno non coinvolto nella ricerca e competente, controlli che i dati siano stati raccolti e usati onestamente e le conclusioni non siano basate su una logica erronea. Le persone non capiscono come funziona la scienza, e credono che anche la ricerca sia frutto delle preferenze dei singoli scienziati, per cui ritengono lecito rifiutare quelle singole conclusioni che contraddicono il modo in cui interpretano il mondo: questo è un punto da avere sempre presente.

Meno assertivi sarebbe meglio. La scienza è un insieme articolato di teorie, fatti e metodi in continua evoluzione. Talvolta gli scienziati dovrebbero ricordarlo. Per millenni si sono credute e difese teorie come il geocentrismo, il flogisto o la fissità delle specie, e il salasso è stato usato per una vasta gamma di patologie fino a metà Ottocento (cioè in piena età sperimentale). Attenzione, perché qualche idea che oggi è considerata verità, potrebbe cambiare. Non è affatto indice di relativismo riconoscere la provvisorietà delle conoscenze scientifiche, e quindi mostrare quella umiltà che non hanno molte discipline orfane di un accesso al metodo sperimentale. Naturalmente, resta il fatto che a fronte della provvisorietà delle nostre conoscenze e teorie, il metodo scientifico usato per raggiungerle è l'unico accettabile per superarle e costruire qualcosa di nuovo; fintantoché questo non avviene, conviene affidarsi al consenso scientifico consolidato quando si tratta di prendere decisioni.

Ascoltare prima di parlare. I dibattiti pubblici, nei media o dal vivo, assumono spesso la forma di scontri ideologici o dialoghi tra sordi. In realtà, chi è portatore di argomenti controllati non dovrebbe chiudersi in trincea, ma chiedersi da dove siano state ottenute eventuali informazioni alternative. Cioè quali vicende personali hanno creato le paure o le preoccupazioni di fondo dell'interlocutore. Siccome per il modo di funzionare del nostro cervello le persone usano narrazioni per costruirsi una realtà alternativa, nelle discussioni è meglio rimanere sul terreno delle narrazioni. Con i soli dati si può convincere coloro che la pensano già come noi o sono in grado di analizzarli. Le narrazioni cui è stato esposto possono influenzare e riorientare i ragionamenti introspettivi di un negazionista e persino gli aneddoti possono risultare molto più convincenti di una semplice recitazione di fatti scientifici. La risposta appropriata è ascoltare, non ignorare, le narrazioni, rovesciarle, decostruirle e ricostruire una esposizione basata sui fatti.

Il ricercatore che partecipa ad un dibattito deve ispirare fiducia. Lo scienziato moderno acquisì nel Seicento un ruolo sociale, in quando era percepito come gentleman, cioè persona di cui ci si poteva fidare. Senza questa dimensione di fiducia sociale la scienza avrebbe faticato ad affermarsi, date le avversità culturali che ha dovuto affrontare. La fiducia negli scienziati è progressivamente scemata nella seconda metà del Novecento. Come si può ricostruire oggi? Probabilmente è questo un compito per le istituzioni scientifiche che dovrebbero maggiormente incentivare una comunicazione proattiva verso il pubblico. In negativo, gli scienziati dovrebbero resistere alla tentazione di affrontare i talebani e diventare dei persecutori di “infedeli”. Ridicolizzare gli avversari non aiuta di per sé a costruire la fiducia. Se gli scienziati non sanno controllare per primi i pregiudizi e il linguaggio, il rischio che possa mancare l'autocontrollo anche sotto altri aspetti del loro comportamento, come il conflitto di interessi e la manipolazione dei dati, è reale. A questo proposito, va detto che è doveroso da parte degli scienziati rispondere anche a domande che mettono in discussione la fondatezza di qualche teoria o pratica sulla base del sospetto di qualche interesse economico o di altra natura; a patto ovviamente che queste domande siano formulate nel modo appropriato e nelle sedi opportune. Nella scienza, come nei sistemi democratici, ci deve infatti essere massima trasparenza sulle motivazioni alla base della ricerca, sulla robustezza dei dati, sulle supervisioni indipendenti e sul perché una soluzione o strategia appare la migliore.

Per quello che riguarda il secondo gruppo di argomenti, inerenti cioè alla scelta dei fatti di cui discutere, il consenso generale basato sui dati disponibili consiglio come segue.

I fatti discussi devono essere immediatamente rilevanti. Quando si trasferiscono informazioni andrebbero presentate in un modo che siano facilmente riconoscibile per il pubblico di destinazione. Noi spesso rimaniamo indifferenti a emergenze che non ci riguardano in modo immediato. Possiamo sì attivarci emotivamente per le condizioni degli orsi polari o per un bambino immunodepresso che abita a cinquecento chilometri, ma ci possiamo ancora più preoccupare e capire il cambiamento climatici o la mancata vaccinazione se vediamo effetti che cambiano l'ecologia locale o i rischi a cui sottoponiamo bambini. Inoltre, quando è possibile le persone dovrebbero essere messe nella condizione di usare da sole le prove, quindi offrendo esempi e casi anziché conclusioni.

L'agenda della discussione non deve essere lasciata ai negazionisti. Non c'è ragione per inseguire l'agenda dei negazionisti o per trattare le loro affermazioni come alternative legittime e di pari grado alla scienza. I risultati della ricerca dovrebbero essere presentati al pubblico in modi che siano indipendenti dalle attività dei negazionisti, invece che in reazione alle loro affermazioni. Inoltre, la messa a nudo delle strategie, delle motivazioni e dei finanziamenti del negazionismo scientifico sono tutti importanti nel mostrare al pubblico la falsità di certe controversie. È pure importante documentare il consenso scientifico e diffonderlo, esponendo chiaramente in pubblico quale sia la maggioranza e in che rapporti sia con quei singoli individui fuori dal coro cui spesso si affidano i negazionisti per creare l'illusione di una spaccatura nel mondo scientifico.

Gli scienziati non dovrebbero essere lasciati soli a contrastare pseudoscienza e negazionismo. Per fortuna, vi è un crescente corpus di prove che possono aiutare la società nel suo insieme a capire le dinamiche sottostanti il negazionismo scientifico e a sviluppare un insieme di strategie coordinate che comprendano azioni di inoculazione culturale preventiva, strategie legali, meccanismi politici e di trasparenza finanziaria per minimizzare gli effetti di campagne disinformative prima che esse nascano o anche dopo che abbiano preso piede. Sempre presupponendo di voler fare le scelte migliori per la società nel suo insieme, e non quelle elettoralmente più premianti per governo e politici di turno.

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