Come funziona l’app Io? Le promesse, la realtà e la nostra prova

Abbiamo provato la versione pubblica dell'app IO da anni promessa di “luogo unico” per tutti i rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione.

di Alessandro Longo

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Abbiamo provato la versione pubblica dell'app IO da anni promessa di “luogo unico” per tutti i rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione.


2' di lettura

L'app si presenta come una beta e certo lo è. Non per le funzioni tecniche, che sono ottimali. Ma per i contenuti, ossia per il suo reale vantaggio per l'utente. App IO è al momento un proof of concept di quello che sarebbe bello avere: c'è un pugno di PA a bordo, molto meno di quelle permettono accessi e pagamenti digitali (che già sono una frazione del totale degli enti italiani). Mancano l'Inps e l'Agenzia delle Entrate, che in tempi di coronavirus sono lacuna grave, dati gli importanti servizi associati, per fortuna accessibili via browser.
Download e accesso
Intanto, per procurarsela è meglio scrivere “io servizi pubblici” sugli store mobili, perché ovviamente “io” o “app io” fa comparire tutt'altro. L'accesso all'app è poi via Spid o via Cie (carta d'identità elettronica). Se abbiamo Spid è probabilmente la via migliore. La Cie è molto più diffusa di Spid ma l'accesso richiede, oltre al relativo pin che ci è arrivato a casa dopo l'attivazione della carta, uno smartphone Android dotato di Nfc e dell'app Cie ID (che su Apple non funziona, per via delle restrizioni nell'uso dell'Nfc, ma a quanto risulta al Sole24Ore dovrebbe arrivare a maggio). Al momento è possibile attivare Spid anche gratis via web cam (spid.gov.it), ma le attese sono lunghe per il successo che questo strumento sta riscontrando in tempi di coronavirus, perché è utile per richiedere vari incentivi governativi.
Utilizzo dell'app
L'accesso via spid richiede circa 30 secondi (più che altro per via del bisogno di generare un token), una volta che ci prendiamo la mano.
Una volta entrati ci troviamo davanti un contenitore quasi vuoto. Diciamo subito che forse l'unica funzione utile è, nel menu sotto “pagamenti”, “paga un avviso”: la scansione qrcode di un avviso cartaceo, per pagarlo online (ma solo via carta di credito; Paypal, Satispay e altre modalità sono “in arrivo”).
Ci sono solo una dozzina di comuni aderenti, all'app, e l'Aci come servizio nazionale. Non solo: se ci clicchi l'IO si limita a mostrare il link di accesso al sito, con cui completare l'uso del servizio digitale. L'app è insomma come una di quelle vecchie directory di link web anni novanta.
Già il fatto che ci sia la funzione qrcode e sia la più utile dimostra quanto sia in ritardo la PA italiana sul digitale. In effetti – come nota Michele Vianello, storico consulente della trasformazione digitale della PA – uno dei vantaggi dell'app è mostrare in piena luce il livello di questo ritardo. Per Vianello è stato un lancio affrettato; certo deludente, rispetto agli annunci, di Diego Piacentini ancora ad aprile 2018 (allora a capo del Team Digitale che ha partorito l'app, poi confluito nel ministero).
Ma per non essere troppo ingenerosi, l'arrivo dell'app è comunque utile: è un “segnaposto” che comunque bisognava avere per mostrare una strada possibile; e spronare le (tantissime) PA disallineate. Un proof of concept, della PA (digitale) che vorremmo, appunto.

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