LA BATTAGLIA CON BRUXELLES SULLA MANOVRA

Come funziona la procedura Ue per debito: tempi stretti e correzioni pesanti dei conti

di Gianni Trovati

Manovra, il verdetto di Bruxelles e le possibili strade per evitare le sanzioni

2' di lettura

Ad aprire la strada che porta alla procedura d'infrazione non è il deficit eccessivo, ma il mancato rispetto degli obiettivi di riduzione del debito pubblico . Sul piano formale, la procedura è la stessa, regolata dall'articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Ma dal punto di vista sostanziale le cose cambiano, sui tempi e sul peso delle contromisure che potrebbero essere chieste da Bruxelles, sotto forma di correzione dei conti dell’anno prossimo e di sanzioni che scatterebbero in caso di mancato adeguamento. Il tempo per le trattative ulteriori non manca. Ma non è molto.

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Il calendario
Quella decisa ieri dalla commissione è una raccomandazione, che ora finisce sul tavolo del direttore generale del Tesoro. Dopo 15 giorni per la valutazione tecnica, la palla passa all'Eurogruppo e poi al consiglio europeo. Saranno le riunioni di gennaio, quindi, a formalizzare l'apertura vera e propria della procedura d'infrazione . E la decisione, vale la pena di sottolinearlo, non sarà quindi della commissione, ma dei capi di Stato e di governo. Che finora, in 18 contro 1, hanno mostrato una compattezza inedita nell'area euro nei confronti dell'Italia.

Tappe forzate
Ad accendere la procedura, spiega il Rapporto sul debito ex articolo 126, paragrafo 3, è una «deviazione significativa» dal sentiero di aggiustamento del 2018 accompagnata da «un mancato adeguamento particolarmente grave» alle raccomandazioni sul 2019. La profondità che separa le decisioni della manovra italiana dagli obiettivi delle raccomandazioni su cui ci si era accordati a luglio accelera i passaggi verso la possibile correzione. Mentre in una procedura dovuta al deficit i tempi sarebbero stati più distesi, nel quadro attuale potrebbe arrivare la richiesta di rivedere i conti entro tre o sei mesi dall'avvio dell'iter.

L'alternativa non è indifferente, perché una scadenza a tre mesi anticiperebbe il voto europeo di maggio, mentre quella a sei mesi arriverebbe dopo. Sulla decisione, quindi, peseranno anche le valutazioni politiche sul controvalore politico che un trattamento più o meno duro nei confronti dell'Italia potrebbe avere nei singoli Paesi.

Le sanzioni
Anche se stretti nei tempi, gli spazi per una trattativa non mancano, per cui al momento è prematura qualsiasi previsione sull'entità della correzione che potrebbe essere richiesta e sulle sanzioni che potrebbero scattare dopo in caso di mancato adeguamento da parte dell'Italia. I rischi, però, sono chiari, e sono quelli scritti nel Trattato. Si è molto parlato in queste settimane della possibilità che il Consiglio europeo chieda il deposito di una sanzione dallo 0,2% allo 0,5% del Pil (da poco meno di 4 a poco più di 9 miliardi) in un deposito infruttifero, ma il Trattato prevede anche la possibilità che i capi di Stato e di governo invitino la Bei a «riconsiderare» la propria politica di investimenti nei confronti del Paese sanzionato: ipotesi non proprio irrilevante visto che l'Italia oscilla tra il primo e il secondo posto a seconda degli anni nella classifica dei destinatari delle operazioni Bei.

Per evitare questa seconda fase c'è ancora molto margine, come mostra il caso di Spagna e Portogallo che non arrivarono mai alle multe dopo l'avvio della procedura. Ma per sfruttarlo bisogna cominciare una trattativa vera.

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