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Come innovare e promuovere la danza

Il volume “La Danza: organizzare per creare”, edito da Franco Angeli, è rivolto a chi studia management dello spettacolo

di Silvia Poletti

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(Agf Creative)

Il volume “La Danza: organizzare per creare”, edito da Franco Angeli, è rivolto a chi studia management dello spettacolo


3' di lettura

Stride con il forzato immobilismo di questi tempi la lettura del manualetto edito da Franco Angeli, intitolato La Danza: organizzare per creare. Eppure a pensarci bene mai come ora si potrebbe immaginare questa drammatica sospensione produttiva e programmatica come un ground zero dal quale anche questo genere teatrale, strutturalmente debole e politicamente trascurato in Italia, potrebbe partire rinforzato.

Le sottese intenzioni del volume sono del resto promuovere soprattutto quella cultura dell'innovazione, che negli ultimi anni, per tutto lo spettacolo dal vivo è diventato un mantra tra operatori e amministratori. Il che, restando nello specifico, viene però a scontrarsi con la cronica friabilità delle basi su cui sono erette fin dai primi anni '80 (data in cui di fatto sono emerse le prime vere imprese indipendenti, fuori dalla logica degli Enti lirici d'allora) le realtà produttive dell'arte coreutica nazionale, che anche nei casi più autorevoli e “istituzionalizzati”, soffrono da sempre di incertezze economiche direttamente proporzionali agli umori e visioni di amministratori nazionali e locali, notoriamente poco addentro all'argomento. Invocare l'innovazione e il ricambio generazionale, quando di fatto ancora faticano a venire universalmente riconosciute e identificate come espressioni della cultura di danza nazionale realtà ormai quarantennali è insomma quantomeno bizzarro – almeno se si vuole dar retta ad uno che di innovazione se ne intende, William Forsythe (“You need the foundation in order to innovate”), ma tant'è.

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E così il libro che si rivolge soprattutto a quanti studiano management dello spettacolo, si articola secondo un taglio tematico ben preciso, appunto concentrato sull'immaginare come è e come si potrà programmare questa nuova danza. Gli undici capitoli con introduzione e appendice si dividono in tecnici (con tutta l'aleatorietà che i vari decreti attuativi delle leggi sullo spettacolo consente) e storico-critici. I primi, assegnati a vare personalità attive nel settore, fotografano l'attuale situazione, con una ricognizione che in certi casi è generica e nozionista (il capitolo sulla formazione), altre volte invece puntuale (il capitolo sul mercato della danza) e anche impegnate in realistiche valutazioni sulle problematiche irrisolte del settore (come la parte concernente la dimensione internazionale). Manca un taglio univoco nell'impostazione, che a tratti assume andamento compilativo senza fornire altro elemento se non la nozione, al futuro operatore, cui gioverebbe invece una valutazione critica della complessa situazione normativa e produttiva nazionale. Pecca invece in eccesso, da questo punto di vista, la parte sulla ‘nuova' comunicazione, che, partendo dall'assunto iniziale – offrire strumenti di realizzazione per un “sistema nuova danza italiana”- è invece talmente presa dal suo intento di catechizzazione delle future leve da deformare la realtà oggettiva dei fatti e delle situazioni. A parte alcuni svarioni nel breve excursus storico con accostamenti frettolosi e attribuzioni confuse (Mats Ek legato alla figura di John Cranko? Il modernismo coreico che nasce con la Graham: e Doris Humphrey dove la metttiamo? Mah!) è tale la foga nel promuovere la tesi che gli interventi, in questa luce, sono inevitabilmente sbilanciati al punto di sembrare sospetti. A parte il fatto che si scopre che “gli articoli di presentazione svolgono il ruolo di annuncio talvolta pubblicitario” (sic), e che nei comunicati stampa' si può parlare di critica descrittiva (ri-sic) si rivendica come unica e accettabile funzione dei critici l'eulogia dei nuovi artisti, da seguire fin dai primi passi creativi in un processo “di ascolto e vicinanza”, in una mistificazione di un ruolo che si vorrebbe così ridurre a puro velinismo. Il che peraltro non garantisce affatto che questa danza nuova così tanto vagheggiata come unica e possibile conquisti l'attenzione del pubblico. Il quale si cattura sempre e soltanto con una sola cosa: la qualità assoluta. Peccato che nel volume , a cura di Gerarda Ventura e Alessandro Pontremoli, non se ne parli mai.

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