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Come integrare i redditi di chi lavora ma è in difficoltà

La discussione sul Reddito di cittadinanza, fin dall’inizio, si è focalizzata sul disincentivo che questo strumento rappresenterebbe per il lavoro e, in particolare, quello regolare.

di Andrea Garnero

3' di lettura

La discussione sul Reddito di cittadinanza, fin dall’inizio, si è focalizzata sul disincentivo che questo strumento rappresenterebbe per il lavoro e, in particolare, quello regolare. Il tema esiste, anche se nel dibattito italiano è stato fortemente semplificato: trovare il punto di equilibrio tra sostegno al reddito e incentivi al lavoro è complesso ovunque. Lo è ancora di più in un Paese in cui le disuguaglianze territoriali e il lavoro nero sono più importanti. Non significa che sia impossibile e che sia tutto da buttare.

Fin da subito gli esperti avevano sottolineato, senza essere ascoltati, alcuni problemi nel disegno della misura che rappresentano un freno per le persone che vogliono lavorare. Attualmente se chi percepisce il reddito comincia a lavorare come dipendente, perde 80 centesimi di ogni euro guadagnato. Se si aggiungono i costi di trasporto, babysitting e pranzi fuori, lavorare rappresenta una perdita finanziaria netta (per gli autonomi le regole sono un po’ diverse, ma sempre penalizzanti).

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Il nuovo governo ha scelto di optare per la soluzione più radicale, eliminando il sostegno economico per gli «occupabili» (vedremo definiti come); di aumentare gli incentivi per le imprese (che, però, paiono del tutto disinteressate visto che in tre anni solo 282 persone ne hanno beneficiato) e di consentire il cumulo nel caso di stipula di contratti di lavoro stagionale o intermittente fino a 3mila euro lordi.

Tuttavia si tende a dimenticare che oggi ci sono già 172mila persone (il 7,4% dei beneficiari totali, a cui vanno aggiunti i componenti dei loro nuclei familiari) che ricevono il reddito di cittadinanza, pur avendo un lavoro regolare. Il reddito di cittadinanza finirà anche per loro? Si tratta di lavoratori che tra bassi salari, poche ore e contratti discontinui non riescono a guadagnare abbastanza per far uscire il proprio nucleo familiare da una situazione di povertà (almeno secondo i criteri definiti dalla legge, non necessariamente quelli statistici).

In Italia, prima dell’introduzione dell’assegno unico per i figli, solo il 50% dei lavoratori poveri percepiva una qualche prestazione di sostegno al reddito (trasferimenti monetari per disoccupazione, disabilità, malattia, assistenza sociale, assegni familiari, abitazione) rispetto a una media nell’Unione europea del 65 per cento. In particolare, in Italia continua a mancare uno strumento specifico per integrare i redditi dei lavoratori poveri. Un trasferimento di questo tipo, che in inglese si chiama in-work benefit, letteralmente trasferimento a chi lavora, non solo permetterebbe di aiutare chi si trova in una situazione di difficoltà economica pur lavorando, ma rappresenterebbe anche un significativo incentivo finanziario al lavoro, con effetti positivi sull’occupazione regolare.

Nel 2020, circa la metà dei Paesi dell’Ocse aveva una forma di in-work benefit nel proprio sistema di welfare. I programmi più famosi sono l’Earned income tax credit negli Stati Uniti, il Working family tax credit nel Regno Unito ora parte dell’Universal credit e, infine, la Prime d’activité francese. Tra le varie misure sperimentate in questi anni, gli ex “80 euro” sono quelli che più si avvicinano a una forma di in-work benefit, ma con notevoli differenze rispetto agli altri Paesi: innanzitutto, mancava una fase di introduzione graduale del programma (il bonus non era concesso a coloro con un reddito Irpef inferiore a 8.145 euro), il valore massimo era relativamente basso e, infine, si rivolgeva solo ai lavoratori dipendenti. Anche lo status di disoccupazione parziale prevista dal Jobs Act che consente di accedere alle stesse prestazioni assistenziali riconosciute alla disoccupazione ordinaria per chi lavora meno del 70% del tempo e abbia un reddito inferiore a 8mila euro annui rappresenta una sorta di sostegno al lavoratore a basso reddito.

Si tratta, comunque, di strumenti parziali e disomogenei. Per introdurre un vero e proprio in-work benefit non è necessario aggiungere un’altra voce di spesa al bilancio dello Stato, ma razionalizzare e assorbire i pezzi esistenti tra reddito di cittadinanza, disoccupazione parziale ed ex “80 euro” per arrivare a uno strumento unico, di facile accesso e coerente con il resto del sistema di tassazione e trasferimenti.

Nella relazione sugli interventi e le misure di contrasto alla povertà lavorativa in Italia che con colleghi economisti, giuristi e sociologi abbiamo preparato per il ministero del Lavoro lo scorso gennaio, abbiamo proposto che l’in-work benefit sia definito su base individuale per incentivare (o per lo meno non disincentivare) il lavoro del secondo percettore di reddito e che abbia una forma a U invertita rispetto al reddito (crescente all’inizio, poi stabile e infine decrescente) per incentivare il lavoro a tempo pieno. Un in-work benefit così strutturato permetterebbe di integrare i redditi dei lavoratori, dando un incentivo forte al lavoro regolare e, soprattutto, un sostegno al reddito dei lavoratori poveri.

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