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Come Netflix sta rivoluzionando il mercato globale dei media

L’ascesa delle piattaforme globali come Netflix sul terreno della distribuzione digitale ha creato dei veri e propri “data troubles”: problemi da risolvere per tutti gli attori in campo, dai dirigenti degli studios che producono i contenuti ai proprietari delle sale cinematografiche, dai regolatori e policy makers che si muovono a livello sovrannazionale, a tutti noi come pubblici dei film

di Jennifer Holt


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3' di lettura

Il tema della distribuzione dei film (ma anche delle serie e dell’intrattenimento audiovisivo) e della sua relazione con la circolazione e il commercio dei dati digitali è oggi estremamente rilevante. Attualmente, quando parliamo di “distribuzione” a proposito dei film ci riferiamo al passaggio dalla bobina di cellulosa e dalla pellicola cinematografica al sistema numerico-digitale degli “0” e degli “1”: ormai il 97% del cinema è digitale, e le piattaforme di streaming online sono cresciute, via via, nella loro importanza per l'industria mediale nel suo complesso.

Questa trasformazione ci ha costretti a occuparci della transizione dall’analogico al digitale e a ripensare a come il cinema viene confezionato, trasportato, disseminato e consumato da pubblici diversificati, in tutto il mondo.

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Negli Stati Uniti abbiamo assistito a una vera e propria battaglia economico-culturale che ha riguardato l’ultimo film di Martin Scorsese, The Irishman, una produzione Netflix da 160 milioni di dollari, in distribuzione dal prossimo mese di novembre: questo caso costituisce un esempio significativo, e molto istruttivo, di quelle mutazioni e di quelle tensioni che sono germogliate nell’industria dei media nell’ultimo decennio. Il film, infatti, è costretto a una distribuzione in piccoli cinema poiché le grandi catene del Nord America si rifiutano di proiettare contenuti che non siano in grado di assicurare una finestra esclusiva nelle sale di almeno tre mesi prima di approdare allo streaming sulle piattaforme online come Netflix.

Ma proprio Netflix, che ha prodotto il film, pretende di poterlo distribuire dopo sole tre settimane dal passaggio in sala: perciò The Irishman è stato “messo al bando” dalle catene di esercenti più estese e potenti degli Usa. Insomma, è piuttosto ovvio che le catene che gestiscono i cinema e i colossi digitali come Netflix o Amazon Video continueranno a combattersi sull’ampiezza, o l’esistenza, di uno spazio “theatrical”, ovvero sulla possibilità che i film continuino a essere consumati nelle sale quando vengono prodotti dalle, e per le, piattaforme di streaming: una lotta che coinvolge naturalmente anche i grandi artisti, i registi, gli agenti, le major che controllano gli studios.

Negli Stati Uniti abbiamo assistito a una vera e propria battaglia economico-culturale che ha riguardato l’ultimo film di Martin Scorsese

Se analizziamo la distribuzione digitale e il nuovo ruolo giocato dai dati è necessario studiare con attenzione anche come questi stessi dati possono essere regolati e protetti, dal momento che essi attraversano piattaforme digitali globali provenendo da remoti server, solitamente definiti “cloud”, e finiscono per essere soggetti al patchwork composito e informe della legislazione internazionale, a diverse condizioni d’uso (“Terms of Service”), a variegate politiche relative a come possono essere immagazzinati e trasmessi come contenuti digitali.

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Distribuire e controllare i dati digitali nel momento in cui essi viaggiano in tutto il mondo pone delle vere e proprie sfide che vanno decisamente al di là dei tradizionali paradigmi legali, dei confini nazionali e delle usuali geografie della politica nazionale. L’ascesa delle piattaforme globali come Netflix sul terreno della distribuzione digitale ha creato dei veri e propri “data troubles”: problemi da risolvere per tutti gli attori in campo, dai dirigenti degli studios che producono i contenuti ai proprietari delle sale cinematografiche, dai regolatori e policy makers che si muovono a livello sovrannazionale, a tutti noi come pubblici dei film.

Per provare a sbrogliare questi intricati problemi, è necessario affrontare alcune delle dinamiche industriali, culturali e politiche che collegano fra loro l’uso e la governance dei dati entro lo scenario mutevole della distribuzione digitale. Per fare questo, è altresì necessario, in primo luogo, discutere ampiamente dei profondi cambiamenti che stanno caratterizzando le industrie dei media, a cominciare con tutto quel grande processo di integrazione fra le compagnie mediali e quelle tecnologiche, senza dimenticare la rilevanza che per entrambi i comparti rivestono il ricorso agli algoritmi e ai cosiddetti “big data”, nonché le questioni che hanno a che fare con quella “cultura della sorveglianza” che diventa oggi sempre più pervasiva.

L’ascesa delle piattaforme globali come Netflix sul terreno della distribuzione digitale ha creato dei veri e propri “data troubles”

Infatti, i data troubles che l’industria cinematografica e mediale globale e le audience si trovano a dover affrontare sono direttamente connessi con le importanti questioni che sono in gioco, come la privacy personale, la sicurezza dei dati e la stessa libertà digitale. È anche certo che tutte queste questioni fra loro intrecciate svelano quanto c’è veramente sul piatto in questo momento: il destino della cultura, dell’informazione e della cittadinanza nell’era delle piattaforme digitali.

Questo articolo è un’anticipazione della relazione inaugurale di Jennifer Holt, professore di Media Studies presso l’Università della California Santa Barbara, al convegno internazionale “The International Circulation of National Cinemas and Audiovisual Content: the Challenge of Convergence and Multiplatform Distribution in the European Context” organizzato il 17 e il 18 settembre dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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