Opinioni

Come i paradisi fiscali amplificano l’instabilità dei mercati finanziari

di Matteo Maggiori e Antonio Coppola

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3' di lettura

La pandemia di Covid-19 potrebbe avere effetti devastanti sui Paesi emergenti che affrontano una situazione rovinosa. Questi Paesi spesso hanno sistemi sanitari poco adeguati e soffrono di sovraffollamento in estese aree urbane povere. Allo stesso tempo i governi hanno scarsa capacità fiscale e una politica monetaria ristretta da volatili flussi di capitale dall’estero. Le imprese più grandi fanno parte di lunghe catene globali di produzione e sono particolarmente esposte alle fluttuazioni del prezzo delle materie prime.

LE ESPOSIZIONI AI PAESI BRICS MASCHERATE DAI PARADISI FISCALI

Fonte: globalcapitalallocation.com

LE ESPOSIZIONI AI PAESI BRICS MASCHERATE DAI PARADISI FISCALI

I Paesi sviluppati stanno giustamente rispondendo alla crisi con ingenti spese pubbliche. Da economisti, non ci sorprenderebbe se Paesi con adeguate capacità di manovra fiscale spendessero il 20% del Pil a debito per affrontare la crisi. Molti Paesi avanzati usciranno da questa crisi con debiti pubblici oltre il 100% del Pil. Se lo possono permettere, ed è la giusta politica fiscale al momento.

I Paesi emergenti non hanno una paragonabile capacità fiscale. La loro abilità di sostenere debiti alti, molto oltre il 70% del Pil, è storicamente limitata. Qualora decidessero di provare una forte espansione fiscale, gli investitori richiederebbero interessi altissimi, aspettandosi futuri default. Il mercato dei capitali privati sta aggravando questo problema con un’enorme fuga di capitali esteri. Perseguire politiche monetarie ultra-espansionistiche, abbassando ulteriormente il rendimento delle obbligazioni e svalutando il tasso di cambio, incrementerebbe la fuga—almeno in assenza di controlli sui capitali e interventi sui tassi di cambio.

Comprendere la natura e il volume dei flussi di capitale dai Paesi sviluppati a quelli emergenti è essenziale per un’efficiente risposta della politica economica internazionale. Il loro studio è complicato dal ruolo centrale che i paradisi fiscali hanno assunto nell’architettura del sistema finanziario globale. Fortunatamente, gli economisti stanno migliorando la loro capacità di tracciare i flussi di capitale in giro per il mondo. La nostra ricerca, con i colleghi Brent Neiman della University of Chicago e Jesse Schreger della Columbia University, segue intricati investimenti a livello societario per rivelare quali compagnie usino i paradisi fiscali e documenta una serie di nuovi fatti.

I flussi dai Paesi sviluppati, come gli Stati Uniti e quelli dell’Eurozona, a quelli emergenti sono molto più grandi che nei dati ufficiali. La maggiore parte degli investimenti europei o americani in paesi emergenti come Brasile, Russia, India, China, e Sud Africa (Brics) passano attraverso i paradisi fiscali. Per esempio, gli investimenti nel debito del gruppo petrolifero Petrobras avvengono interamente attraverso le controllate che questo gruppo ha nelle Isole Cayman e nei Paesi Bassi. Gli investimenti dell’Eurozona nel debito dei Brics passano da 152 miliardi nei dati ufficiali del Fondo monetario internazionale a 380 miliardi se includiamo la parte effettuata nei paradisi fiscali.

In alcuni Paesi emergenti, le obbligazioni del settore privato detenute dagli stranieri sono grandi almeno quanto quelle dello Stato. La differenza cruciale è che mentre le obbligazioni di Stato sono in gran parte denominate in valuta locale, quelle private emesse nei paradisi fiscali sono quasi interamente in dollari o euro. Forti svalutazioni delle valute emergenti, come quelle avvenute in questi giorni, possono comportare un aumento non sostenibile del valore reale del debito. Questo effetto finanziario, cumulato alle conseguenze negative delle quarantene sul business di queste compagnie, rischia di provocare una devastante serie di bancarotte. Il nostro studio sottolinea l’ulteriore rischio legato al fatto che la maggiore parte del debito sia offshore.

Nel caso della Cina gli investimenti ottenuti in mercati offshore sono ingenti. Molte compagnie tecnologiche cinesi, come Alibaba e Tencent, sono quotate all’estero tramite una complicata rete di scatole societarie che culmina nelle Isole Cayman. Con questa struttura le società evitano le restrizioni imposte dal governo cinese sugli investimenti stranieri in settori strategici. Fino a oggi il governo cinese ha tollerato questo palese aggiramento delle regole, ma un futuro cambio di questa politica è un serio rischio per gli investitori. Molti investitori, anche italiani, sono ignari ma esposti a questi rischi attraverso i loro investimenti. In Europa i fondi di investimento hanno allocato più di 61 miliardi di euro in queste società. I dati pubblici officiali classificano tali investimenti come azioni nelle Isole Cayman, quando invece sono investimenti in Cina. La politica economica internazionale deve fare attenzione alle reali esposizioni finanziarie per non basare le decisioni su dati e fatti distorti dai paradisi fiscali.

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