Digitale società / 3

Come regolamentare il cyberspazio, ecco la via di Pechino

di Oreste Pollicino

(tanaonte - stock.adobe.com)

3' di lettura

Le settimane estive hanno evidenziato come l’asse transatlantico relativo alla identificazione delle regole del gioco della ormai incontenibile espansione delle tecnologie digitali possa essere messo in ombra dall’attivismo, in termini di regolazione del cyberspazio, della Repubblica popolare cinese. Ci sono almeno tre novità di rilevo a questo riguardo che vanno, però, esaminate nel loro complesso per poter cercare di identificare rotte e principi ispiratori della nuova stagione di (iper)codificazione di Pechino.

In primo luogo, l’elaborazione di nuove linee guide relative a quello che potrebbe definirsi un processo di “addomesticamento” degli algoritmi utilizzati dalle piattaforme digitali. Vi è testualmente un divieto di sviluppare algoritmi che «incoraggino dipendenza o consumismo esasperato e danneggiano la sicurezza nazionale e l’ordine pubblico».

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In secondo luogo, l’adozione di una strutturale riforma, che entrerà in vigore in autunno, in materia di protezione e sicurezza dei dati.

In terzo luogo, la stretta sull’utilizzo videogiochi, limitati a non più di tre ore a settimana.

Quale la via cinese al digitale che sembra emergere dalle novità normative appena ricordate?

Il piano, e non è certo un segreto perché si tratta di un obiettivo chiaramente enunciato nel New Generation Artificial Intelligence Development Plan recentemente adottato, è quello di fare della Cina il leader mondiale in materia di intelligenza artificiale entro il 2030, anche nei settori assai sensibili come quelli della difesa e del social welfare. Tale piano dovrebbe realizzarsi attraverso un modello di regolamentazione in cui la fiducia nel settore privato è quasi nullo. Quest’ultimo, infatti, poter legittimamente investire nel digitale, deve essere pronto a sottoporsi all’assai intrusivo controllo statale in termini di obiettivi da realizzare e di identificazione degli strumenti più adeguati per tale realizzazione.

Le implicazioni di un modello del genere non si fermano alle pure significative limitazioni del diritto di iniziativa economica nei riguardi delle imprese del settore ed alla svolta repressiva nei confronti dei giganti tecnologici operanti in Cina come peraltro testimoniato dai recenti casi di Alibaba e Didi.

Vi è infatti anche la chiara volontà di volere veicolare una narrazione di maggiore attenzione alla tutela dei diritti fondamentali nel contesto digitale, a cominciare dalla protezione della privacy e dei minori.

Dietro questa narrazione sembrano, tuttavia, celarsi almeno due assunzioni, neanche tanto implicite, che vanno evidenziate.

In primo luogo, la circostanza che i dati “processati” dalle aziende tecnologiche in Cina appartengano non tanto (come invece il costituzionalismo europeo ci insegna) all’individuo titolare di quei dati, ma siano piuttosto un asset pubblico nella disponibilità del governo per la realizzazione della sua strategia nazionale.

Il secondo luogo, la convinzione che l’unica regolamentazione possibile sia quella che appartiene ad un modello di paternalismo digitale che si nutre di obiettivi assai vaghi, ed ovviamente plasmabili a secondo delle esigenze, quali sicurezza nazionale e ordine pubblico e si serve di un’etica del digitale, la parola d’ordine del nuovo corso cinese, totalmente asservita alle dinamiche espansionistiche di Pechino.

Emerge infine il rapporto contraddittorio che sembra legare il modello cinese a quello europeo. Da una parte, infatti, vi è la evidente volontà della Cina di volere prendere il GDPR e tutta la normativa continentale in materia di protezione dati a modello, e quindi di rassicurare il mercato europeo (che le aziende tecnologiche cinesi non possono permettersi perdere) .

Dall’altra parte però la cornice che sembra prendere forma è esattamente antagonista a quella europea. La normativa in tema sicurezza dei dati esalta infatti, in contrapposizione alla sempre più inespugnabile fortezza europea, un modello di sovranità digitale, proprio della Repubblica popolare cinese, in cui l’infrastruttura ed il territorio, lungi dallo scolorare, acquisiscono un peso geopolitico sempre maggiore.

Il tutto accompagnato dalla definitiva frantumazione sia delle formazioni sociali intermedie che del processo di deliberazione pluralista, e quindi anche conflittuale, delle politiche pubbliche di sviluppo e regolamentazione del digitale.

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