UNA BUSSOLA MANAGERIALE PER L'ASIA

Come relazionarsi con i manager giapponesi, qualche consiglio utile

Ci troviamo di fronte a una cultura non contaminata da influenze esterne e al volerla preservare per assicurare la sopravvivenza del Paese

di Alfonso Emanuele de Leon*

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(AP)

Ci troviamo di fronte a una cultura non contaminata da influenze esterne e al volerla preservare per assicurare la sopravvivenza del Paese


4' di lettura

Benvenuti nel paese più straordinario, unico e diverso da ogni altro al mondo. Benvenuti in Giappone. Il Giappone è una meraviglia di paese, con una cultura millenaria ma dall’aspetto ultra moderno, dove tutto è fatto pensando alla qualità e all’Omotenachi, dare il miglior servizio possibile. Ma attenzione: proprio per la sua unicità culturale la cultura manageriale è davvero diversa dalla nostra. E mentre americani, europei, cinesi e coreani sono “varianti” degli abitanti del nostro pianeta, io ho sempre considerato il Giappone quasi come se fosse Marte. Non è un caso che in molte multinazionali il Giappone non rientri a fare parte della organizzazione dell’Asia, ma venga trattato come una specie di mini continente a sé stante.

Le ragioni storiche di questa singolarità sono semplici, e risalgono al 1637 quando lo Shogun, infastidito dalla crescente influenza che il Cristianesimo portava nel paese, nonché dalle continue lotte di potere tra i Gesuiti Portoghesi ed i Dominicani Spagnoli, decise di chiudere completamente il Giappone al mondo esterno. Nessuno straniero poté più entrare, né alcun giapponese poté più uscirne e per più di duecento anni il Giappone rimase chiuso nel suo sistema feudale, completamente isolato dal mondo fino all’arrivo del commodoro americano Perry che nel 1854 impose la riapertura del paese a suon di cannonate.

Ma questa apertura al mondo alla fine dell’800 fu più che altro un gesto di realismo ed un disperato tentativo di assimilare il più velocemente possibile le moderne tecnologie occidentali per potere continuare a difendere la propria indipendenza militare ed economica ed in fondo mantenere l'unicità della propria cultura. Di fatto ci troviamo di fronte ad un paese rimasto feudale fino ad un secolo e mezzo fa, con una forte cultura mai contaminata da influenze esterne, ed un senso di dovere preservare questa cultura per assicurare la sopravvivenza del paese.

Si pensi ad esempio che ancora ad oggi il Giappone rimane totalmente chiuso all’immigrazione nonostante perda 300mila abitanti all’anno per semplice calo demografico, con enormi conseguenze in tutti i settori dei servizi.

1. Il “WA” - Armonia e primato della collettività sull’individuo.
Parola fondamentale nella cultura giapponese, il WA è anche componente di tantissime parole ed aggettivi come amicizia, riconciliazione, unisono, armonioso o pacifico. Ad esempio ogni imperatore sceglie una parola che contraddistingue il suo regno, e ben due degli ultimi tre ultimi imperatori hanno scelto parole che contengono WA. L’ultima scelta dal nuovo imperatore nel 2019 è Reiwa che sta a simboleggiare «armonia nella bellezza».

Il Giappone è indubbiamente il paese dell’armonia, dove tutto deve procedere e quantomeno sembrare armonioso e quindi attenzione a come ci comportiamo, in Giappone certe esternazioni temperamentali, ma anche mostrare disaccordo pubblicamente, non sono comportamenti accettabili.

2. Un Processo decisionale basato sul consenso.
Se l’armonia è tutto, il Giappone diventa una società fortemente collettiva, dove l’appartenenza ad un gruppo è al di sopra delle individualità, dove è raro che le persone cambino lavoro, ma anche e soprattutto dove le decisioni vengono sempre prese in modo collettivo e mai imposte. Il processo decisionale raramente avviene in riunione, dove in realtà semplicemente si sancisce l’accordo che è stato già discusso e trovato dietro le quinte.

Un piccolo esempio: il mio distributore giapponese, a ragione, definiva i Board meeting della nostra joint venture delle cerimonie anziché delle vere e proprie riunioni. E di fatto nel Board meeting non si discuteva nulla, tutto era già stato preparato, discusso e concordato prima. Le riunioni e le decisioni in Giappone sono un vero e proprio teatro Kabuki: ci sembra di vedere un’opera ma in realtà ne stiamo solo vedendo le ombre, e se vogliamo influenzare la rappresentazione dobbiamo andare a lavorare dietro le quinte.

Bisogna quindi lavorare ben prima del momento della decisione finale, interfacciandosi individualmente con i decision maker chiave ed avere il loro consenso in prima istanza. E una volta raggiunto il consenso in sede collettiva, sarà importantissimo non cambiare più la decisione, perché a questo punto tutta la squadra sarà impegnata al 100% sulla implementazione di una serie infinita di dettagli (ne vedremo il perché nel prossimo articolo).

Costruire solide relazioni è un requisito per lavorare in di tutti i paesi asiatici, ma in Giappone assume un’importanza essenziale. Qui il mio consiglio è di investire enormemente nella costruzione della fiducia approfittando di qualsiasi cena od occasione sociale. Mi ricordo ancora che quando presentai alla squadra il nuovo direttore generale della filiale giapponese, terminò il discorso inaugurale affermando che non vedeva l’ora di andare a bere saké con ciascuno dei suoi direttori. E nel corso degli anni successivi mi dimostrò che anche gli ostacoli apparentemente più insormontabili si possono superare con la semplice forza della costruzione delle relazioni personali.

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