filosofia

Come ribellarsi alla dittatura del fare

Gianfranco Marrone che, nel suo pamphlet La fatica di essere pigri, ci offre una piccola storia filosofica e antropologica di una delle attitudini umane ritenute fra le più viziose e criticate

di Anna Li Vigni

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(Agf Creative)

Gianfranco Marrone che, nel suo pamphlet La fatica di essere pigri, ci offre una piccola storia filosofica e antropologica di una delle attitudini umane ritenute fra le più viziose e criticate


3' di lettura

In queste ultime settimane di quarantena, quanti di noi non si sono lamentati del dover vivere in una condizione di ozio forzato, quanti non hanno rimpianto le fatiche lavorative, l'estenuante routine quotidiana? Quanti sono davvero riusciti a rilassarsi sul sofà, a guardare quei vecchi film in tv, come si erano ripromessi di fare?

Forse non siamo così tanto capaci di esser pigri, come talvolta diciamo di voler essere. Perché la pigrizia è un’arte, una filosofia di vita con le sue regole e i suoi valori.

Ne è convinto Gianfranco Marrone che, nel suo illuminante pamphlet intitolato La fatica di essere pigri, ci offre una piccola storia filosofica e antropologica di una delle attitudini umane ritenute fra le più viziose e criticate dalla cultura occidentale. In fondo, una delle più preziose. Noi, figli dell’efficientismo, consumatori indefessi del villaggio globale, dediti a tutte le ore allo smart working come a una religione, sempre pronti a impiegare fattivamente il nostro tempo “libero” in qualche attività ricreativa, perennemente connessi e intenti a trovare qualcosa da scrivere o da postare, dovremmo forse tornare a imparare a essere pigri.

Il riposo

La pigrizia, o infingardaggine - come la si voglia chiamare -, si fonda su un paradosso: quello secondo cui è necessario lavorare tantissimo per poter creare le condizioni ideali del riposo. Si tratta di una forma di resistenza individuale – da rivalutare nel nostro presente – e, in fondo, di un atto di ribellione premeditato, da parte di chi non si allinea all’interno di un sistema sociale caratterizzato dall’ossessione per il lavoro e dalla condanna durissima nei confronti di chi è indolente e non produce. L’ozio è una cosa diversa, o almeno lo era nell’antica Roma: tempo libero da dedicare alla riflessione filosofica o alla scrittura, l’otium era necessaria cura dello spirito, da distinguersi dal negotium, agguerrita attività politica o forense. E’ evidente che una riflessione sulla pigrizia non è altro che l’altra faccia della riflessione sul lavoro.

Nel Medioevo, mentre gli aristocratici rifuggivano ogni impegno pratico considerandolo un’indegna attività da schiavi, in ambito ecclesiastico veniva stigmatizzato il vizio capitale dell’accidia, la mancanza cronica di volontà, della quale arrivò a rimproverarsi lo stesso Petrarca. «L’umanità si divide in due categorie – scrive Achille Campanile -: quelli che s’alzan tardi e quelli che s’alzan presto. I primi se ne stanno tranquilli e buoni. Gli altri, invece, sostengono a spada tratta la necessità di tutti di alzarsi presto».

Da secoli, ormai, motti, proverbi, litanie religiose insegnano a condannare moralisticamente la pigrizia come la peggiore delle rovine per la vita umana. Gli iperattivi non perdonano che ci sia qualcuno – da additare come lazzarone, pantofolaio, pelandrone - che se ne stia pacificamente in panciolle. Eppure, qualcuno ha teorizzato la necessità della pigrizia come antidoto necessario a una cultura esaltatrice del progresso a tutti i costi: come Bertrand Russell, secondo il quale l’ozio andrebbe insegnato a scuola; o come Oscar Wilde, secondo cui «l’azione è il rifugio di persone che non hanno assolutamente niente da fare»; o ancora Gilbert K. Chesterton, che tesse le lodi sperticate dell’arte sopraffina del restare a letto quando si è riposati, per dedicarsi alla riflessione.

Rinuncia all’iperattivismo

Marrone, addentrandosi nella tradizione della fiaba russa, ci mostra come Oblòmov, indolente protagonista del romanzo di Gončarov, non sia altro che la rivisitazione di un arcaico stereotipo popolare divenuto, però, un vero e proprio eroe della pigrizia e dell’immaginazione; questi, restandosene sempre sdraiato in uno stato di abbandono, proclama nella non-azione la propria consapevole rinuncia all’iperattivismo imposto dalla cultura capitalistica nella Russia dell’Ottocento.

E poi c’è Paperino, lo scalognato Donal Duck, che incarna l’aspirazione di un certo uomo medio americano di starsene in pace sull’amaca e far nulla. Il pennuto è pervicace avversario di ogni forma di lavoro, sebbene poi vi sia sempre condannato, per riuscire infine a ricavarsi qualche momento di relax; un esempio lampante di come si debba sgobbare per poter godere di quello che Paul Lafargue definiva il diritto a esser pigri. Ma, guardando alla questione da una prospettiva completamente diversa, qual è quella del Buddhismo Zen giapponese, si prova come un senso di intima liberazione.

Nel XIV secolo, il monaco e poeta Kenkō Yoshida, si abbandona completamente a un’esistenza di totale inattività, che gli consenta di meditare; come nel celebre haiku «Seduto pacificamente senza far nulla / viene la Primavera / e l’erba cresce da sola», l’obiettivo è quello di abbandonarsi al fluire delle cose, lasciando che la volontà dell’Io si affievolisca fino a scomparire. Un esercizio del tutto impraticabile, oggi. Possiamo, però, accogliere il consiglio di Roland Barthes di «spezzare il tempo lavorativo, godendo dei piccoli momenti d’ozio rubato nelle pause-caffè.

La fatica di essere pigri
Gianfranco Marrone
Raffaello Cortina editore, Milano, pagg. 163, € 14

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