il saggio

Come riportare il debito al 100% del Pil in 10 anni, i numeri di Cottarelli e Visco

di Davide Colombo

(ANSA)

3' di lettura

Qual è il prezzo che bisognerebbe pagare per eliminare una volta per tutte il deficit pubblico e avviare una discesa rapida del rapporto debito/Pil? Non altissimo e, soprattutto, non lontano dai piani che il governo ha indicato nel Def di aprile e che dovrebbero essere confermati nella Nota di aggiornamento che verrà presentata alla fine della settimana. Evitando l’aumento delle aliquote Iva innescate per il prossimo anno basterebbe un congelamento delle spese primarie reali dell'1,6% nel triennio 2018-2020. Un'austerità sostenibile e non recessiva di 8-8,5 miliardi l'anno.

A quel punto, raggiunto il pareggio di bilancio (l'Mto previsto dall'articolo 81 della Costituzione) e in corrispondenza con un surplus primario salito al 4%, la curva del debito, che comincerebbe già a scendere dal 2018 in virtù di qualche privatizzazione, raggiungerebbe il 100% del Pil nel 2028 e il 60% nel 2045.

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La simulazione è offerta da Carlo Cottarelli (Fmi ed ex commissario alla spending review) in un saggio pubblicato sull'ultimo Rapporto di finanza pubblica dal Mulino con il contributo di Unicredit e presentato nei giorni scorsi in Senato. Un testo scritto la scorsa primavera e che nei numeri coincide col passaggio delle Considerazioni finali di Ignazio Visco dedicate al percorso da battere per una riduzione necessaria del debito/Pil. Che cosa aveva detto il governatore della Banca d'Italia a fine maggio è nella memoria di tutti: con un tasso di crescita annuo intorno all'1 per cento, l'inflazione al 2 e con l'onere medio del debito in graduale risalita verso i valori osservati prima della crisi, un saldo primario (ossia al netto degli interessi) in avanzo del 4 per cento del Pil, sostanzialmente in linea con il quadro programmatico del governo, consentirebbe di ricondurre il rapporto tra debito e prodotto al di sotto del 100 per cento in circa dieci anni.

«Un impegno non da poco ma non fuori portata» aveva concluso Visco: basterebbero «misure correttive dell'ordine di 1,5 punti percentuali del prodotto nel triennio 2018-2020». È la stessa ricetta di Cottarelli che, pure, condivide le ipotesi macroeconomiche contenute nel Def per il periodo 2018-2020, cui fa seguire da una prospettiva di crescita del Pil nominale del 3% (+1,25% in termini reali con un'inflazione in media dell'1,75%) nei decenni successivi in cui il mantenimento del pareggio di bilancio “blinda” la discesa del debito/Pil sul sentiero indicato. Secondo Cottarelli dopo lo sforzo dei primi tre anni, la spesa primaria reale potrebbe anche tornare a crescere ma a un tasso inferiore al Pil reale, per far spazio agli oneri per interessi in ripresa in un contesto di politica monetaria normalizzata.

La simulazione contiene una serie di dettagli tecnici che ne avvalorano la palusibilità, come per esempio l'annotazione che un aggiustamento sul lato della spesa, con moltiplicatori molto bassi, non ha effetti anticiclici. E nel testo non mancano prove concrete del fatto che il sentiero tradizionale di riduzione del debito/Pil - scartate le ipotesi traumatiche di ripudio del debito o di una sua rapida monetarizzazione - è davvero percorribile. In una tabella si elencano nove paesi che mantenendo un avanzo primario sopra il 4% per periodi prolungati hanno ridotto velocemente il debito. E sul punto lo stesso governatore in maggio aveva ricordato che già in passato l'Italia ha saputo mantenere un avanzo primario elevato (circa il 5% tra il 1995 e il 2000). Mentre altri paesi hanno ottenuto risultati anche migliori e per periodi più lunghi; tra il 1995 e il 2007 l'avanzo primario è stato pari in media a oltre il 6,5% del PIL in Canada, a circa il 5 in Belgio, in Danimarca e in Finlandia.

Insomma, una riduzione significativa del debito/Pil si potrebbe realizzare senza bloccare la crescita. Il punto debole resta tutto qui: la tenuta e la forza della nostra crescita. Nella presentazione del Rapporto del Mulino l'economista Fedele De Novellis (Ref.) ha ricordato i rischi di chi, come l'Italia, è ripartito per ultimo. I cicli di ripresa della Germania, per fare solo un esempio, sono durati 30 trimestri tra il '93 e il 2001 e 19 trimestri tra il 2003 e il 2008. L'ultimo li ha superati di slancio: dal 2009 a oggi Berlino ha già totalizzato a 34 trimestri di espansione. E il ciclo di crescita americano, aggiungiamo noi, è arrivato a nove anni; solo due volte nella storia recente sono stati cumulati così tanti trimestri consecutivi con il segno più.

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