VOGLIA DI CULTURA

Come sopravvivere alla crisi e tornare a tutti a teatro

Sale svuotate, eventi annullati, incertezza sul futuro. Colpito al cuore da chiusure e distanziamenti, quello dei palcoscenici è stato forse il settore più travolto dall'emergenza Coronavirus. Il nostro viaggio tra le compagnie italiane più di ricerca, che non demordono e si attrezzano per tornare in scena

di Matteo Torterolo

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“Bermudas”, della compagnia mk, che si occupa dal 1999 di coreografia e performance

Sale svuotate, eventi annullati, incertezza sul futuro. Colpito al cuore da chiusure e distanziamenti, quello dei palcoscenici è stato forse il settore più travolto dall'emergenza Coronavirus. Il nostro viaggio tra le compagnie italiane più di ricerca, che non demordono e si attrezzano per tornare in scena


5' di lettura

Nella sofferenza generale post-Covid, c'è un ambito della cultura italiana che per sua stessa natura sta vivendo un autentico calvario. Insieme alla musica, il teatro è la forma artistica che forse più di ogni altra trova la sua ragion d'essere nella presenza, in contrasto con ogni forma di virtualità possibile. Esiste certo un numero crescente di esempi di interazione del teatro con l'universo digitale: alcuni tra i più interessanti protagonisti della scena contemporanea si confrontano costantemente proprio con la dimensione tecnologica e le sue infinite declinazioni, basti pensare al celebre Uncanny Valley di Rimini Protokoll, al raffinato Joseph del nostro Alessandro Sciarroni, all'inedita escape room teatrale WER IST WER Z firmata We Are Müesli fino ai più recenti esperimenti con la realtà virtuale nati dalla collaborazione tra l'Accademia Teatrale di Firenze e la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa. Tuttavia, se è nell'ordine delle cose confrontarsi con la “smaterializzazione” imperante, è chiaro che la scena non possa essere sostituita interamente dal suo simulacro, pena la perdita del senso stesso dell'esperienza teatrale. La sfida che il mondo del teatro si trova ad affrontare in questa seconda parte del 2020 è vitale, ed è una sfida per la sua stessa sopravvivenza.

C'è da chiedersi quali siano, nella mancanza cronica di indicazioni chiare da parte della politica, le strategie di sopravvivenza messe in atto dagli “attori” del settore in questi mesi convulsi. Dal momento che il mondo del teatro italiano è oggi ancora straordinariamente – e inaspettatamente – vitale e multiforme, abbiamo scelto di tralasciare volutamente l'ambito istituzionale degli Stabili per dirigere il nostro orecchio verso quelle voci indipendenti – più o meno storiche – che nutrono e alimentano il tessuto vitale di questo mondo.

Tra spazi che chiudono in giro per la Penisola, eventi annullati e realtà che restano sospese in attesa dell'autunno, la prima cosa che colpisce è che lo spirito si mantiene, nonostante tutto, positivo e propositivo, mentre resiste una voglia di rilancio che a volte si accompagna, e si oppone criticamente, allo spaesamento e alla mancanza di fiducia nel sistema. «Si naviga a vista», ci dice Marco Mazzon di Kinkaleri, protagonisti della ricerca italiana a partire dalla metà degli anni Novanta. «Questo post lockdown sembra ancora più incerto del lockdown, niente riparte e tutto riparte, le nuove direttive spaventano la riattivazione dello spettacolo dal vivo, ma sono convinto che, come tutto il resto, una volta riattivato, le regole verranno superate. In un sistema così caotico e ipocrita, puoi solo continuare a seguire la tua strada ancora più determinato di prima».

“Cannibali”, spettacolo di Kronoteatro, compagnia teatrale di Albenga (Savona)

Si spinge più in là Tommaso Bianco di Kronoteatro, compagnia che dall'insospettabile Albenga ha saputo affermarsi tra le realtà da tenere d'occhio nel panorama nazionale, grazie a un attento lavoro di produzione e di programmazione (in particolare con il festival Terreni Creativi): «È banale dire che ogni crisi è un cambiamento, ma forse il futuro che ci aspetta è oggi più che mai nelle nostre mani. Dovremo ripartire (volenti o nolenti) dall'essenziale, dovremo rivendicare il diritto a tempi lunghi di produzione, chiedere che venga preso maggiormente in considerazione il lavoro di radicamento su un territorio e, infine, ribadire il nostro ruolo nella società come lavoratori». Quel che pare certo è che si possa, anzi che si debba cambiare. Perché tornare al mondo di prima sarebbe una scelta suicida. «Come vedo il futuro?», si domanda Barbara Boninsegna, Founder e Direttrice Artistica di Centrale Fies a Dro, da quarant'anni sede di uno dei principali appuntamenti con le arti performative in Italia. «In generale, so di certo che lo vorrei diverso dal passato, più equo, migliore. Per quanto riguarda Centrale Fies, credo che il futuro sia l'adesso. C'era già nell'aria un cambiamento. Avremmo voluto festeggiare questo quarantennale con l'addio al festival per come lo abbiamo conosciuto finora, dando il via a una programmazione più estesa nel tempo che raccogliesse i molti progetti che già erano presenti all'interno di Centrale Fies, un nuovo formato che rompesse la “one shot” estiva. Lo pensavamo un processo un po' più lento, da sviluppare appunto “in futuro” e di cominciare a raccontarlo con quest'ultima edizione di festival. Bene, diciamo che Covid-19 ha accelerato questo processo».

“OHHh”, spettacolo di Kinkaleri, compagnia teatrale e di danza fondata a Firenze nel 1995

Il virus come acceleratore? Senza esagerare con i paradossi, la sensazione condivisa è che questa pandemia possa rappresentare in qualche modo un'occasione preziosa per scardinare logiche antiche e mortifere. «In questo periodo», ci dice Riccardo Olivier di Fattoria Vittadini, collettivo milanese “fluido” e punto di riferimento nel panorama nazionale della danza emergente, «abbiamo trovato nuove energie, nuovi stimoli. Incrementare il confronto con la città in cui si vive, con le diversità che la abitano è la ricetta migliore per crescere e far crescere. Il futuro lo vedo come un pericolo e una possibilità insieme: siamo in un momento in cui possiamo provare seriamente a sistemare alcune problematicità strutturali del nostro lavoro. Non è detto che riusciremo a farlo, ma dobbiamo puntare al rinnovamento. Questo futuro è, e deve essere, anche una chiamata alla responsabilità». «D'ora in poi», gli fa eco Tommaso Bianco, «procederemo, ancor più di prima, a piccoli passi, medi investimenti. Dovremo operare scelte di ridimensionamento e sfrondamento, cercando di andare all'essenziale del nostro lavoro tanto nell'ambito dell'organizzazione degli eventi quanto in quello della creazione artistica, aprendoci ai nuovi linguaggi, piegando la necessità a punto di forza e ri-immaginando la posizione del nostro mestiere nella società e nei rapporti con le istituzioni».

Resta una situazione tutt'altro che facile per chi è abituato a muoversi da sempre, con orgoglio, in direzione contraria. «La nostra strategia di sopravvivenza continua a essere quella di muoversi indipendentemente», ci dice Marco Mazzon, «cercando di non piegarsi ad un sistema che vorrebbe riscrivere le modalità espressive del tuo lavoro solo per non assumersi qualche responsabilità in più. Il prezzo è alto (date cancellate, spettacoli spostati di mesi e di anni, circuitazione interrotta) ma tutto questo non ci ha fermato dall'immaginare nuovi progetti, e piuttosto che riadattare lavori già compiuti abbiamo preferito pensarne altre, riflettendo sulle modalità del sistema per indagarne i limiti». Dino Sommadossi, Founder e Direttore di Centrale Fies, va oltre, rifiutando il concetto stesso di sopravvivenza: «Non abbiamo una “strategia di sopravvivenza” perché non stiamo sopravvivendo, ma vivendo. Stiamo affrontando le difficoltà di questo tempo, sicuramente eccezionali, cercando di tutelare chi lavora con noi, cercando di fare del nostro meglio per dare al pubblico una proposta culturale che non sia solo intrattenimento, ma reale momento collettivo, per portare alla luce anche le narrazioni minori che il mainstream ha sempre lasciato ai margini. Qualsiasi cosa ancora accada, cercheremo di preservare il circolo virtuoso della cura e dell'attenzione che in tutti questi anni ha guidato ogni nostra azione».

“Sulla morte senza esagerare”, produzione del Teatro dei Gordi

C'è chi senza mezzi termini si spinge a immaginare un futuro positivo. «Siamo ottimisti», sintetizza Andrea Panigatti del Teatro dei Gordi, compagnia milanese in sorprendente spolvero, che dopo gli exploit di Sulla morte senza esagerare e Visite sarà ospite a settembre della Biennale diretta da Antonio Latella con il suo ultimo lavoro, Pandora. «La strategia è quella di continuare a immaginarci un futuro insieme e dedicare tutte le energie necessarie alla riuscita dei progetti in corso anche quando non ci sono economie sufficienti. È inventarsi dei modelli di finanziamento anche grazie al sostegno di teatri che ricevono fondi ministeriali o applicando a bandi. Il debutto alla Biennale di Venezia ci sta coinvolgendo totalmente. Il fatto che Biennale Teatro, anche nei momenti più difficili, non abbia mai fatto un passo indietro è stato vitale per la nostra progettualità, così come non è venuto meno il sostegno dei nostri produttori. Certo avvertiamo le norme di distanziamento in scena come un eccesso di zelo riservato alle categorie professionalmente meno considerate e riteniamo che il mondo del teatro stia già pagando il suo tributo. Ci auguriamo che gli attori e tutti laboratori dello spettacolo possano tornare presto a fare il proprio mestiere sul palco senza limitazioni svilenti e di facciata. Nell'immediato occorre individuare al più presto delle forme sceniche compatibili con la normativa o quanto meno agilmente modificabili».

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