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Smart working nel pubblico e nel privato: ecco cosa può cambiare

Conciliazione vita-lavoro: le principali novità che si delineano per il lavoro agile, che prima della pandemia aveva un’importanza abbastanza marginale, e che dal marzo del 2020 ha relegato la presenza in ufficio nel ruolo di eccezione

di Andrea Carli

Articolo aggiornato il 6 ottobre, ore 14

Brunetta:da 15 ottobre P.A. in presenza con accordo smart working

7' di lettura

Un restyling sempre più sostanziale, che riguarda un po’ tutti. Migliora l’emergenza sanitaria Covid-19, anche grazie alla campagna di vaccinazione (oltre il 71% della popolazione ha completato il ciclo secondo Lab24), e il tema dello smart working (o anche “lavoro agile”, “lavoro da remoto” o “telelavoro”) è tornato di grande attualità. L’obiettivo ora è trasformare una misura che ha preso quota in una situazione di chiusure e lockdown, in una formula che possa garantire anche in futuro la conciliazione tra gli impegni lavorativi e le responsabilità familiari o che possa assumere l’assetto di welfare aziendale.

Il lavoro agile è stato introdotto nell’ordinamento italiano da una legge del 2017 (la n.124), ma già due anni prima una norma del 2015 (la n.124, cosiddetta “legge Madia”), aveva previsto la «sperimentazione, anche al fine di tutelare le cure parentali, di nuove modalità spazio temporali di svolgimento della prestazione lavorativa». Questa modalità di lavoro è stata presa in considerazione anche nell’ambito del Patto per l'innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale, sottoscritto dal Governo Draghi con i sindacati Cgil, Cisl e Uil.

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L’ultima novità: dipendenti pubblici, tutti in ufficio entro il 30 ottobre

L’ultima novità su questo tema si delinea nell’ambito della bozza del decreto della Funzione pubblica con le regole operative nella Pa per il ritorno della presenza in ufficio come «modalità ordinaria» di svolgimento del lavoro. Il testo disciplina il lavoro agile in attesa che l’Aran e i sindacati trovino un accordo all’interno del rinnovo del contratto di lavoro. In base alla bozza del provvedimento, quasi tutti in ufficio dal 15 ottobre, e tutti «entro i 15 giorni successivi» (ma il 30 è un sabato e nei fatti il termine potrà slittare al martedì 2 novembre dal momento che il 1° è festivo). Ancora prima un Dpcm ha previsto il rientro in ufficio dal 15 ottobre per i dipendenti pubblici. Ma il lavoro agile è destinato a cambiare faccia anche nel privato. A fine anno, infatti, con la fine dello stato di emergenza (e sempre che la misura non venga ulteriormente rinnovata) andrà a scadenza il regime semplificato per il lavoro agile, che oggi consente ai datori di lavoro di poter attivare lo strumento con un atto unilaterale.

Punto di incontro tra le due “sfere” sono alcuni dei quesiti aggiornati da Palazzo Chigi sul sito del governo sul decreto che ha esteso, sempre dal 15 ottobre, l'obbligo del green pass a tutto il mondo del lavoro. Nella fase più complessa dell’emergenza sanitaria coronavirus lo smart working non ha costituito più un’opzione ma una necessità, per tutti: pubblico impiego, aziende e professionisti.

Ecco in estrema sintesi alcune indicazioni, sviluppate sotto forma di domande e risposte, su questa modalità di lavoro, che prima della pandemia aveva un’importanza abbastanza marginale, e che dal marzo del 2020 ha relegato la presenza in ufficio nel ruolo di eccezione. Il lavoro agile ha permesso di bilanciare le esigenze di distanziamento sociale con quelle lavorative.

PA e PRIVATI

Chi lavora in smart working deve avere il Green pass?

No. Nei quesiti aggiornati da Palazzo Chigi sul sito del governo si chiarisce che chi lavora sempre in smart working non dovrà avere il pass, che «serve per accedere ai luoghi di lavoro.

Lo smart working può essere usato per eludere l’obbligo di Green pass?

No. In ogni caso - viene chiarito nei quesiti aggiornati da Palazzo Chigi sul sito del governo - lo smart working «non può essere utilizzato allo scopo di eludere l'obbligo di green pass».

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Che cosa cambierà da venerdì 15 ottobre?

Nella bozza di Dm della Funzione pubblica, che è all’esame del Cts e sarà ora al centro del confronto con gli enti territoriali in Conferenza Unificata, viene previsto che quasi tutti i dipendenti pubblici ritornino in ufficio dal 15 ottobre, e che tutti facciano la stessa cosa «entro i 15 giorni successivi» (ma il 30 è un sabato e nei fatti il termine potrà slittare al martedì 2 novembre dal momento che il 1° è festivo). In particolare, i dipendenti pubblici sono divisi in due gruppi. Nel primo, che dovrà tornare in presenza entro il 15 ottobre, rientra chi è occupato nelle «attività di sportello e di ricevimento degli utenti», ma anche chi lavora nei «settori preposti all'erogazione di servizi all'utenza». Restano fuori gli addetti alla macchina amministrativa, che dovranno rientrare entro i quindici giorni successivi.

Quale provvedimento prevede il ritorno in presenza per il pubblico impiego?

Il Dpcm firmato dal presidente del Consiglio Mario Draghi il 24 settembre ha previsto per quanto riguarda il pubblico impiego, il ritorno alla presenza in ufficio come «modalità ordinaria». Toccherà a un decreto della Funzione pubblica fissare le modalità del rientro, insieme alle Linee guida realizzate con il ministero della Salute per le verifiche sul Green Pass e la gestione del nuovo obbligo. Le nuove regole permetteranno orari flessibili di entrata e uscita.

Lo smart working può essere considerata un’alternativa al lavoro in presenza per chi non ha il green pass?

La risposta è negativa. Stando alle linee guida (ancora in forma di bozza), firmate dal ministro della Salute Roberto Speranza e da quello della Pubblica amministrazione Renato Brunetta, che attuano il decreto approvato il 16 settembre (127/2021), il lavoro agile non può essere l'alternativa al lavoro in presenza offerta al dipendente pubblico che non sia in possesso del green pass, la certificazione verde che sarà obbligatoria a partire dal 15 ottobre per accedere al luogo di lavoro.

Ci sarà un restyling del lavoro agile?

Il tema dello smart working è uno dei dossier che saranno affrontati nell’ambito dei rinnovi dei contratti nazionali dei dipendenti pubblici. Allo stato attuale è in corso una trattativa tra l’Aran, che rappresenta il Governo, e i sindacati, proprio si questo dossier. Le novità andranno a regime quando andranno a regime i nuovi contratti nazionali. Di fatto, con il ritorno “ordinario” in presenza, l’alternativa rappresentata dal lavoro agile tornerà a essere regolata dall’intesa individuale tra dipendente e amministrazione, così come accadeva prima della crisi Covid .

Quali saranno i criteri che determineranno l’accordo?

Le amministrazioni potranno continuare a concedere la modalità di lavoro agile ad alcune condizioni. Per tenere una quota di dipendenti in lavoro agile occorrerà accertarsi infatti che questa scelta non pregiudichi l'erogazione dei servizi agli utenti; le Pa dovranno essere dotate di strumenti tecnologici (per esempio cloud o piattaforma digitale) che garantiscano la sicurezza delle informazioni, e dovranno prevedere un piano di smaltimento degli arretrati. Ai lavoratori «agili» andranno forniti i computer e in generale i device necessari per lavorare.

Cosa dovrà fare il datore di lavoro pubblico?

Sarà ogni amministrazione a declinare queste regole nella propria realtà, con il Piano integrato della Pa che assorbe il Piano organizzativo del lavoro agile (Pola) e andrà definito entro il 31 gennaio prossimo, e prevedendo, per le attività “smartabili”, che almeno il 15% dei dipendenti possa avvalersene. Nel caso di Quirinale, Parlamento e Consulta (gli «organi costituzionali», per gli «organi di rilevanza costituzionale» (Cnel, Consiglio di Stato, Corte dei conti, Csm e Consiglio supremo di difesa) oltre che per le Autorità indipendenti, saranno le singole amministrazioni a decidere come uniformarsi al nuovo quadro, in base all'autonomia richiamata dall'articolo 87, comma 4 del Dl 18/2020 citato nel Dpcm.

L’intesa tra dipendente e Pa sarà a termine?

L’accordo individuale potrà essere anche a tempo indeterminato ma prevederà la possibilità di revoca unilaterale senza preavviso in caso di «giustificato motivo».

Quali aspetti dovranno essere affrontati nell’accordo?

L'intesa individuale dovrà indicare le giornate dedicate al lavoro a distanza e quelle in cui è prevista la presenza in ufficio, fissare le «modalità di esercizio del potere direttivo e di controllo del datore di lavoro» ma anche «le misure tecniche e organizzative necessarie per assicurare la disconnessione del lavoratore» nei periodi della giornata in cui il lavoro non potrà fare capolino.

Sarà previsto un diritto alla disconnessione? E come sarà garantito?

Nell'intesa saranno definite puntualmente per ogni lavoratore tre fasce: quella di «operatività», in cui si colloca l'attività piena, quella di «reperibilità», in cui si mantiene la possibilità di essere contattati via telefono o mail, e quella di «inoperabilità» che coincide con le 11 ore consecutive di riposo da assicurare a ogni dipendente. Un assetto quello delle fasce che allo stato attuale è tuttora aperto al confronto tra Aran e sindacati; non sono pertanto escluse modifiche.

Saranno previste categorie con priorità nell’accesso allo smart working?

Allo stato attuale della trattativa tra Aran e sindacati sarebbe prevista una corsia preferenziale da riservare ai «lavoratori in condizioni di particolare necessità», come ad esempio i portatori di handicap, i caregiver o i genitori di figli fino a 3 anni.

Il lavoro agile potrà essere svolto dall’estero?

Secondo l’ultima bozza dell’intesa tra Aran e sindacati, il lavoro agile non potrà essere svolto dall’estero a meno che la sede di lavoro sia fuori dai confini nazionali.

Sarà previsto il buono pasto per chi lavora in smart working?

Allo stato attuale la bozza del Ccnl comparto Funzioni centrali non prevede questa soluzione.

PRIVATI

Dal 15 ottobre cambierà qualcosa per chi lavora in smart working in azienda?

No. Allo stato attuale non ci saranno novità almeno fino alla fine dell’anno. Il 31 dicembre scadrà (a meno che il Governo non decida di ricorrere all’ennesima proroga) lo stato di emergenza, che fa da cornice giuridica al regime semplificato per lo smart working nel privato. Un regime che consente ai datori di lavoro di poter attivare lo strumento con un atto unilaterale, senza cioè dover sottoscrivere un accordo individuale, come invece previsto dalla legge ordinaria, la n. 81 del 2017. Dopodiché dovranno essere applicate le nuove regole, post-emergenza, che potrebbero anche “ufficializzare” l’arrivo del lavoro “ibrido”, un mix tra lavoro in presenza e da remoto.

È possibile che a breve parta un confronto anche sullo smart working nel privato?

Mentre nel settore della Pubblica amministrazione la partita dello smart working sembra ormai avviarsi a una soluzione condivisa con le parti sociali, meno chiaro è il destino dell'istituto nel settore privato. Per fare in modo che il lavoro agile passi da soluzione di emergenza a strutturale occorre rimettere mano alla normativa di riferimento. In questo ambito sta lavorando anche una commissione sul lavoro agile insediata dal ministero del Lavoro, il ministro Andrea Orlando punta a riavviare il confronto (aperto ad aprile scorso e poi rimasto in stand by con la proroga dello stato d’emergenza) per arrivare a definire un accordo quadro nazionale con le parti sociali. Solo se così non dovesse essere, si interverrà con la legge. In occasione dell’assemblea di Confindustria il presidente dell’associazione datoriale Carlo Bonomi ha proposto ai leader di Cgil, Cisl e Uil un “Patto per la crescita”, e ha indicato tre «esempi concreti» su cui partire: sicurezza sul lavoro, politiche attive e, appunto, smart working.

Dopo l’esperienza Covid, le aziende punteranno ancora sul lavoro agile?

Questo dipenderà dalle singole strategie gestionali e organizzative. Alcune aziende (Poste, Unicredit, Bnl, Vodafone, Acea, Enel) hanno già previsto che anche dopo l’emergenza almeno il 60% del personale continuerà a lavorare da remoto (da casa o in ambienti di coworking.

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