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Come tecnologia e abilità comunicative possono venire incontro ai familiari dei pazienti Covid-19 in ospedale

La solitudine patita costituisce uno degli aspetti più crudeli della pandemia ma non è un destino. Il Rapporto del gruppo di lavoro dell’Istituto superiore di sanità su salute mentale ed emergenza

di Nicola Barone

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(ANSA)

La solitudine patita costituisce uno degli aspetti più crudeli della pandemia ma non è un destino. Il Rapporto del gruppo di lavoro dell’Istituto superiore di sanità su salute mentale ed emergenza


4' di lettura

Essere strappati, di colpo, alla propria vita normale. I muri spessi dei reparti. Impenetrabili agli sguardi, alla voce, a un cenno di saluto. I pazienti catapultati dentro, i familiari fuori con lo spettro del destino peggiore accanto. È il resoconto fatto da tanti, di buona parte di quelli che hanno vissuto nel momento peggiore dell’epidemia l’esperienza del ricovero di una persona cara. Un male nel male. Per prendersi cura nel futuro delle difficoltà e dei bisogni dei familiari dei ricoverati sono state recentemente elaborate e pubblicate delle indicazioni nell’ambito delle attività del gruppo di lavoro dell’Istituto superiore di sanità su salute mentale ed emergenza Covid-19, coordinato da Gemma Calamandrei, direttrice del Centro di riferimento per le scienze comportamentali e la salute mentale dell’Iss.

Le indicazioni del gruppo di lavoro ISS Salute mentale

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Lo scudo della prevenzione

Alcuni aspetti di disagio sono legati a difficoltà di natura pratica o economica in relazione al lavoro e alla gestione della famiglia e della casa. «A questi, si aggiunge la sofferenza emotiva legata all’elevato grado di stress cui questi familiari sono esposti. Le manifestazioni riferite includono disturbi del sonno, tensione, scoppi di pianto, preoccupazione persistente, terrore, smarrimento, e sentimenti di colpa verso altri familiari conviventi per l’impressione di trascurarli. Possono affiorare anche sentimenti di colpa verso il paziente per il fatto di non andare a trovarlo, sia pure non per propria responsabilità», spiega lo psichiatra Angelo Picardi, ricercatore presso l’Istituto superiore di sanità e che è tra gli estensori del documento. In alcuni casi possono svilupparsi veri e propri disturbi depressivi o di ansia. «Sono disponibili mezzi terapeutici efficaci, sia psicoterapeutici che farmacologici, per lenire questa sofferenza, ma la cosa migliore è adoperarsi in anticipo per prevenirla o quantomeno ridurla. Perciò gli ospedali possono mettere in opera alcune procedure per alleviare le esperienze negative e soddisfare i bisogni fondamentali dei familiari. In caso di esito infausto, queste procedure possono inoltre favorire l’adattamento alla perdita, riducendo il rischio dell’insorgenza di complicazioni nel processo di lutto e dello sviluppo di depressione o altri disturbi mentali. Il personale sanitario deve essere messo in condizione di poter mettere in opera efficacemente queste procedure, e a questo scopo è essenziale un’adeguata consistenza numerica che assicuri il tempo e la tranquillità necessari».

Le maggiori fonti di sofferenza

Grazie alla realizzazione e alla conduzione da parte di Antonella Gigantesco e di Paolo Leombruni di interviste e gruppi di focalizzazione con familiari di pazienti ricoverati in reparti Covid-19, è stato possibile raccogliere in modo sistematico preziose informazioni. I familiari, racconta nel dettaglio Picardi, hanno espresso svariate esigenze tra cui ricevere informazioni e comunicare regolarmente con il paziente e il personale sanitario. «La maggiore fonte di sofferenza appare l’impossibilità di far visita alla persona cara ricoverata, e conseguentemente il non poter comunicare se non a distanza, che genera un disagio che risulta particolarmente sensibile in caso di ricoveri prolungati». Dal lato dei pazienti pesa enormemente «il dover affrontare la sofferenza fisica e il timore per la propria vita in una condizione che la solitudine legata alle misure di protezione e sicurezza ha reso ancora più angosciosa di quella di ogni paziente ricoverato per una patologia grave».

Supporto alle abilità comunicative dei sanitari

Di fatto, gli ospedali si sono trovati ad affrontare non solo le difficoltà legate all’assistenza ai ricoverati, ma anche quelle legate alla gestione dei rapporti tra i pazienti e i le loro famiglie. A giudizio di Picardi per ogni professione sanitaria «la comunicazione è un elemento fondamentale che purtroppo non sempre trova adeguato spazio nei programmi formativi. Per il personale sanitario, le abilità di comunicazione e la capacità di costruire una relazione di fiducia con i familiari dei pazienti sono essenziali». Dunque secondo lo psichiatra «le informazioni fornite devono essere accurate, chiare, comprensibili, coerenti e adeguate allo stile comunicativo, al livello di istruzione e alla cultura di appartenenza del familiare. È essenziale valorizzare ciò che i familiari dicono, dare attenzione alle loro emozioni, e rispondere in modo empatico esprimendo partecipazione, solidarietà e sostegno». Per favorire la creazione di una relazione di fiducia con i familiari dei pazienti e per personalizzare la cura, è importante riuscire a vedere la persona dietro al paziente, anche quello in condizioni critiche.«Può essere molto utile informarsi su com’era il paziente prima di ammalarsi, facendosi portare delle sue foto e raccogliendo notizie sul suo lavoro, la sua famiglia e i suoi interessi, cui potersi riferire nelle conversazioni con il paziente stesso e i suoi familiari».

Tablet e smartphone alleati preziosi

Nell’opinione dei ricercatori, in una situazione in cui non è sempre possibile assicurare la sopravvivenza adoperarsi per preservare comunque la dignità assume un valore fondamentale. «La tecnologia, unita alla cura e alla compassione del personale sanitario, può consentire al paziente e ai suoi cari di comunicare e di percepire un certo grado di connessione e vicinanza. Mezzi di comunicazione come tablet e smartphone possono creare preziose possibilità di contatto. Il personale sanitario può, compatibilmente con le esigenze assistenziali, aiutare i pazienti che ne hanno bisogno a comunicare con i familiari o a utilizzare dispositivi che non sanno usare da soli. A seconda delle condizioni cliniche, una videochiamata può svolgersi attraverso un tablet installato di fronte al paziente, oppure uno smartphone tenuto vicino al suo viso da un operatore sanitario», sottolinea Picardi. Anche una semplice telefonata può essere preziosa. È stato riscontrato da Gigantesco e Leombruni che in alcuni casi è anche preferita dai familiari, ad esempio se temono di vedere segni evidenti di sofferenza dovuti alla malattia o ai trattamenti. «Pur se meno diretti e naturali di un contatto in carne e ossa, questo tipo di contatti a distanza convogliano comunque un senso di vicinanza e, in caso di esito infausto, costituiscono soluzioni comunque incomparabilmente migliori rispetto a un’atroce situazione di kodokushi, l’espressione usata in lingua giapponese per indicare la morte in solitudine», aggiunge lo psichiatra. «Anche forme di comunicazione indiretta poco “tecnologiche”, come far arrivare al paziente da parte dei familiari un oggetto che gli sia particolarmente caro, possono dare conforto al paziente e trasmettere il senso del mantenimento di un legame intimo con la sua famiglia».

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