«the donald» e i giornali

Come Trump sta salvando i media (che detesta)

di Enrico Marro

Ansa

2' di lettura

È un destino terribile quello di Donald Trump: pur detestando i giornali liberal, che infatti tenta spesso di aggirare comunicando direttamente via Twitter, finisce per farli arricchire di lettori e soldi. Prendiamo per esempio il New York Times, la storica testata che Trump ha più volte attaccato coi suoi tweet scrivendo che «dice bugie» e che «inventa storie e fonti»: nell’ultimo trimestre del 2016 ha conquistato 276mila nuovi abbonati online, con i ricavi digitali in aumento del 10-15% nel primo scorcio del 2017 e una stima di altri 200mila nuovi abbonati in arrivo.

Ma anche i giornali finanziari (e non solo statunitensi) esultano: il Wall Street Journal ha conquistato 113mila nuovi abbonati (+12%) solo nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, mentre nello stesso periodo gli abbonati digitali del britannico Financial Times sono balzati del 6% a quota 646mila. Ancora meglio è andata al network digitale di Usa Today, composto da 110 giornali locali statunitensi, che sempre nell’ultimo trimestre dell’anno scorso ha conquistato 182mila abbonati online, con una crescita del 26 per cento.

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Certo questo non risolve i problemi dei grandi giornali, alle prese con un mutamento epocale del loro modello di business: come riassume efficacemente Ken Doctor, esperto del settore editoriale statunitense, «la carta stampata è in caduta libera». Ma proprio per questo, spiegano nei giornali, l’aumento degli abbonati digitali rappresenta un grande valore perché in grado di spalmare il brand su un pubblico diverso e su nuovi canali, dalle conferenze alla formazione.

Quindi la parola d’ordine nel 2017 è cavalcare la tigre Trump, proponendo informazione di qualità contro l’arcipelago delle “fake news”, le false notizie. In gennaio il New York Times ha lanciato “Truth”, la nuova campagna abbonamenti, con lo slogan «la verità ha bisogno del tuo aiuto». Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo il Financial Times con il suo “Facts. Truths.”, mentre Vanity Fair, altra testata nel mirino del nuovo presidente, ha puntato direttamente sullo slogan «Il magazine che Trump non vorrebbe che tu leggessi» guadagnando a sua volta migliaia di nuovi abbonati digitali.

La valanga di notizie generate da Trump ha insomma restituito centralità ai giornalisti. Non a caso il Washington Post dell’era Bezos, per irrobustire la sua tradizione di testata d’inchiesta, si prepara a rinforzare la sua newsroom con l’assunzione secondo fonti interne di una sessantina di nuovi redattori.

Ma l’onda lunga trumpiana ha avuto altri effetti collaterali indesiderabili per The Donald. “Saturday Night Live”, la storica trasmissione satirica statunitense del sabato sera che lanciò tra gli altri John Belushi, Dan Aykroyd, Robert Downey jr e Ben Stiller, si sta divertendo a raggiungere nuovi record di ascolti proprio strapazzando il nuovo inquilino della Casa Bianca. Dopo una puntata in cui si faceva pesante ironia sui rapporti tra il presidente americano e Vladimir Putin, Trump si è lamentato via Twitter di come veniva rappresentato. Il risultato? Con la pubblicità negativa del fulvo neopresidente il “Saturday Night Live” ha bruciato i record di ascolti degli ultimi otto anni (quelli delle presidenze Obama), raggiungendo 8,3 milioni di telespettatori, con un aumento di circa il 14 per cento. Quando il gioco di Trump si fa duro, i duri cominciano a giocare, avrebbe commentato John Belushi.

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