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Come uscire dalla violenza economica

La direttrice del Museo del Risparmio Torino, Giovanna Paladino: «Servono formazione ed educazione finanziaria. Troppo bassa l’occupazione femminile»

di Barbara Nepitelli

4' di lettura

Autostima e indipendenza economica. Sono due fattori chiave per contrastare un aspetto della violenza sulle donne che resta spesso fuori dai radar: la violenza economica. Un tipo di abuso riconosciuto dalla Convenzione di Istanbul ma che resta difficile da individuare e misurare perché le stesse vittime hanno difficoltà ad ammetterla e, a volte, anche a riconoscerla. Perché si tratta di un abuso sottile, fortemente radicato nella cultura in alcuni contesti, e che ha come risultato il controllo della donna da parte del partner maltrattante: non avere un proprio conto corrente o magari non poter avere un lavoro, non poter prendere decisioni per se stessa, dover dipendere economicamente dall'altro sono situazioni che inserite in un contesto di violenza rendono ancor più difficile se non impossibile la possibilità di riappropriarsi della propria vita.

La difficoltà di denunciare, la formazione che serve

Giovanna Paladino è direttrice e curatrice del Museo del Risparmio di Torino, che si occupa da anni del tema della violenza economica. «Anche le donne – spiega – hanno difficoltà a denunciare la violenza economica come tale, l’Istat mostra tassi di denuncia estremamente contenuti, sotto il 5 per cento. La maggioranza delle chiamate ai numeri antiviolenza, oltre il 44%, riguarda violenze fisiche, il 33% violenze psicologiche e solo l’1% violenze economiche. Più realistici sono i numeri dell'associazione D.i.Re.: l’indicazione più chiara è che circa il 33% delle donne che si rivolge ai centri antiviolenza è senza reddito e meno del 40% ha un reddito sicuro. Questa dipendenza di tipo economico si trasforma in sudditanza, sofferenze psicologiche. E non tutte denunciano: c’è difficoltà da parte delle donne a telefonare per denunciare la violenza economica come tale; spesso le donne che la subiscono si vergognano o faticano ad ammetterlo».

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Proprio per aumentare questa consapevolezza, il Museo del Risparmio, in collaborazione con gli Stati Generali delle Donne e Cug Inps, ha organizzato un ciclo di quattro incontri: "Non più vittime – imparare a riconoscere le diverse forme di violenza di genere" con un focus dedicato proprio alla violenza economica. I primi due incontri sono stati dedicati all'autostima e percezione del valore e all'indipendenza economica e parità di genere.

Come riconoscere la violenza economica

Ma come si può riconoscere di essere vittime di violenza economica? «Prima di tutto - spiega Paladino - quando si devono chiedere soldi e non si ha accesso a un conto corrente in maniera indipendente, se si deve chiedere il permesso per comprare un paio di calze c’è una condizione di violenza economica intesa come violenza psicologica, non esplicitata ma subdola». E questo, prosegue, «non dipende dal livello reddituale della famiglia: ci sono donne che ricevono la paghetta e ci fanno la cresta per le loro spese e a loro sembra normale. E’ una questione culturale e per cambiare la cultura c’è bisogno di tutti e le donne possono partire per prime proprio perché sono le vittime».

Questo cambiamento culturale si può realizzare «attraverso le parole magiche che sono consapevolezza e autodeterminazione, volersi mettere in gioco e approfondire. Uno degli elementi che emerge dalla nostra esperienza al Museo è che le donne non hanno tempo per la formazione, fanno formazione a tempo perso in ambito finanziario. L’educazione finanziaria invece aiuta ad apprendere gli elementi alla base della economia, a gestire i soldi. Abbiamo fatto dei corsi, ad esempio, per cercare di far capire alle giovani donne che lasciare il lavoro una volta sposate non è l’idea più geniale del mondo» aggiunge Paladino.

Autostima e lavoro

Sulla considerazione del proprio valore, rileva, «c’è un buco enorme per cui le donne più che ‘leoni’ si sentono ‘gatti’: l’autostima fa modificare l’elemento di sé. Io non penso che le donne siano soggetti fragili ma hanno fatto propria la cultura che vede l’uomo al centro». Altro aspetto centrale è quello dell’occupazione. «In Italia – rimarca Paladino - viviamo con la metà dei talenti a casa il che non ha senso. Avere un lavoro significa avere autonomia di reddito e questo è fondamentale. Le donne che non lavorano sono troppe: il 44% delle donne italiane in età lavorativa, tra i 15-64 anni, è inattiva e non è poco. Si tratta naturalmente di un dato non omogeneo sia a livello territoriale che per classi d’età ma bisogna far capire a tutti e alle donne in primis che lavorare, fuori casa, è anche un dovere non solo un diritto. Questo significa - rimarca - anche ripartire i lavori domestici».

Paladino fa riferimento ad uno studio di quest’anno su ‘The economics of fertility: a new era’ pubblicato da Nber che indaga sui fattori che favoriscono la possibilità per le donne di tenere insieme lavoro e famiglia e da cui emerge che «all’aumento delle donne attive nel mondo del lavoro aumenta il tasso di fertilità perché è un circolo virtuoso e la stessa cosa avviene quando c’è l’aumento della presenza degli uomini nei lavori domestici. Questo vuol dire che occorre imparare a delegare i lavori domestici e farlo sul serio. E’ fondamentale, si recupera tempo per fare altre cose e anche occuparsi della gestione dei soldi». Dall’incontro è emerso che occorre anche liberarsi dell’impegno mentale relativo alle questioni domestiche: «chiudere la porta di casa» quando si è al lavoro.

La gestione finanziaria in famiglia conta

Paladino riferisce ancora che dalle indagini condotte dal Museo del Risparmio sul rapporto tra mondo femminile e denaro negli ultimi 5 anni emerge che «ben il 60% delle donne delega, volontariamente, la gestione economica al partner e questo avviene anche da parte di chi ha buoni stipendi. Inoltre, da una ricerca fatta durante il periodo del Covid emerge che l’80% dei lavori in casa era esclusiva delle donne mentre il 70% delle incombenze extradomestiche spettava agli uomini. Ma quello che è più significativo – rimarca - è che per la maggior parte sia degli uomini che delle donne, il 70%, questa ripartizione non era considerata un problema. E questo dato ha una omogeneità territoriale».

Più mirati i due aspetti degli altri due incontri. Il primo sulla fragilità sociale e violenza di genere è relativo a donne già in situazione di difficoltà perché in carcere o migranti o vittime di violenza. Il secondo sull’educazione finanziaria al femminile con anche un approfondimento sul sistema pensionistico, dato che, conclude Paladino, «alcune scelte lavorative delle donne, come il part-time, condizionano il profilo pensionistico».


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