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Commenti e Inchieste

In ordine sparso al d-day delle fondazioni

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Questo articolo è stato pubblicato il 23 ottobre 2010 alle ore 06:39.

Grande attesa, sul fronte dei rapporti tra banche e fondazioni, per giovedì 28 ottobre. In programma c'è la Giornata mondiale del risparmio, organizzata come ogni anno dall'Acri, l'Associazione di fondazioni e casse di risparmio. E tutti sono pronti a scommettere che il presidente Giuseppe Guzzetti, al vertice anche della Fondazione Cariplo, coglierà l'occasione per pronunciarsi sul nodo di fondo: l'opportunità che, 20 anni dopo l'approvazione della legge Amato, l'intera materia venga rivista, avviando una riflessione sul ruolo delle fondazioni e sulla loro influenza come azionisti di peso delle principali banche italiane. È giusto che le fondazioni risultino azionisti determinanti delle banche? Quanto pesa nelle loro scelte il potere politico locale? E ancora: è accettabile che siano decisive nelle nomine dei manager?

Guzzetti è il punto di riferimento vero della galassia fondazioni e, una decina di anni fa, ha guidato la rivolta contro la riforma tentata dall'allora ministro dell'Economia Giulio Tremonti. Qualche anticipazione in materia si ricava da una battuta pronunciata a fine settembre: «Fin qui - ha detto - le fondazioni sono state un elemento positivo». Il 28 ottobre, molto probabilmente, risulterà chiaro se continua a pensarla così o se ha cambiato opinione.

Altrettanto interessante sarà verificare qual è il pensiero di un altro grande vecchio: Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza Intesa Sanpaolo. La stagione dell'amore eterno tra Guzzetti e Bazoli è probabilmente finita da qualche tempo, ma il rapporto resta forte. Bazoli segue con molta attenzione le vicende delle fondazioni e non potrebbe essere diversamente in quanto due tra quelle di maggior peso, la Fondazione Cariplo e la Compagnia San Paolo, sono azionisti determinanti di Intesa Sanpaolo.

Il primo ad accendere i riflettori su banche e fondazioni è stato il presidente delle Generali, Cesare Geronzi. «Se e quali innovazioni introdurre nell'ordinamento delle fondazioni bancarie», ha detto un paio di settimane fa, va considerata «una verifica opportuna». Interessante, il giorno dopo, un articolo del Foglio dal titolo più esplicito «Solo una riforma delle fondazioni salverà le banche dai partiti», firmato da Angelo De Mattia, a lungo in Banca d'Italia e ora in Generali. Il primo servizio di una serie che al secondo appuntamento, giovedì 14 ottobre, risulta ancor più esplicita: «La furia dei prof. della Voce.info sulle fondazioni bancarie», a cura di Tito Boeri e Luigi Guiso.

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Per capire quanto sta accadendo occorre tenere presente due vicende che hanno riguardato prima Intesa Sanpaolo (lo scontro sulla nomina del presidente del consiglio di gestione) e poche settimane fa UniCredit (l'allontanamento dell'amministratore delegato Alessandro Profumo). In entrambi i casi le fondazioni sono risultate protagoniste, abbandonando il ruolo di sleeping partners, cioè di azionisti silenziosi. Un protagonismo che ha colto di sorpresa e ha destato grande allarme per eventuali, altre mosse in arrivo.

Detto ciò non mancano i difensori, convinti che rappresentino l'eccezione in un capitalismo, quello italiano, caratterizzato dalla mancanza, o dalla carenza, di capitali. «In fondo hanno dato stabilità al sistema bancario ed è anche merito loro se negli ultimi anni le banche italiane sono riuscite a stare fuori dalla tempesta», commenta Guido Rossi, professore abituato a nuotare controcorrente.

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