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Lo Yemen cova il fuoco sotto la corruzione

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Questo articolo è stato pubblicato il 04 novembre 2010 alle ore 09:10.
L'ultima modifica è del 04 novembre 2010 alle ore 09:08.

Nello Yemen la povertà alimenta lo scontento e, combinata con l'Islam wahhabita importato dall'Arabia Saudita, innesca il terrorismo qaedista. Ma Al-Qaeda è solo una delle sfide per il presidente Salah, cui vanno aggiunti la guerriglia Huthi al Nord e il movimento secessionista al Sud, dove i mancati investimenti fanno rimpiangere il protettorato britannico. ùLa povertà è dovuta a fattori strutturali (la produzione petrolifera è scesa da 456mila barili al giorno nel 2003 a 287mila nel 2009), alla corruzione e a decisioni miopi.

È stata la corruzione a permettere che la rete elettrica - indispensabile per le infrastrutture, a loro volta necessarie per passare da un'economia petrolifera a una differenziata - fosse svenduta a un quarto del prezzo. Ed è stata la corruzione a far sì che il porto di Aden fosse dato in concessione per trent'anni a DP World che gestisce anche il porto di Gibuti: le strutture sono in concorrenza e difficilmente ad Aden saranno promossi gli investimenti attesi. Le scelte miopi sono molteplici: l'acqua è assorbita dalla coltura del qat (un arbusto le cui foglie causano euforia e dipendenza) anziché dei cereali per combattere la malnutrizione; la popolazione cresce al 3,1% annuo, ma il governo non insiste sul controllo delle nascite perché culturalmente inaccettabile; durante la prima guerra del Golfo le autorità avevano preso le parti di Saddam e per ripicca i sauditi avevano cacciato 750mila immigrati yemeniti.

Ora, per diminuire le spese del budget, il governo yemenita vuole eliminare i sussidi al carburante ma, poiché ne saranno colpiti i nuclei famigliari più deboli, sarebbe auspicabile compensare la manovra con aiuti in contanti. Lo Yemen è l'unica repubblica della penisola araba ma la popolazione non è coinvolta nel processo politico che resta prerogativa delle élite. Ad aprile gli yemeniti andranno alle urne per eleggere i deputati (tra cui solo una donna) e in questo contesto verrebbe da pensare che le elezioni siano un esercizio superfluo. Ma rispettare l'appuntamento è fondamentale per non mandare a monte il dialogo avviato dal presidente Salah a maggio, in occasione del 20° anniversario dell'unificazione. Quale soluzione? Occorre prendere coscienza che lo Yemen è un problema per l'Occidente e i 200 milioni di dollari stanziati dagli Usa per il 2011 sono pochi (rispetto ai diversi miliardi allocati al Pakistan e ai 2 miliardi stanziati dai sauditi per lo Yemen) e insufficienti per far fronte alle molteplici sfide che minacciano la sicurezza del paese e anche la nostra: il rischio è che buona parte del denaro sia destinato a spese militari tra cui i droni che hanno già mietuto troppe vittime collaterali e suscitato tanta rabbia.

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Tags Correlati: Aden | Al Qaeda | Amnesty International | Bruno Mondadori | Democrazia Proletaria | Elezioni | ÙLa

 

Allo Yemen non servono aiuti solo militari, ma iniziative congiunte in ambito economico, umanitario e di sviluppo (anche nel sistema giuridico). Senza sottovalutare i diritti umani, perché secondo Amnesty International «troppo spesso sono sacrificati in nome della sicurezza».
Farian Sabahi ha appena pubblicato il libro «Storia dello Yemen» (Bruno Mondadori)
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