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Questo articolo è stato pubblicato il 14 gennaio 2011 alle ore 07:39.
L'ultima modifica è del 14 gennaio 2011 alle ore 06:39.

Se tornassimo indietro di un anno e riprendessimo la stampa di fine 2009, il 2010 sarebbe dovuto essere un anno funesto con un crescita media mondiale di circa il 2 per cento. Per fortuna così non è stato. L'economia globale è cresciuta di quasi il 5%, oltre il doppio delle aspettative. La Cina e in generale tutti i Bric si sono affermati come potenze economiche trainanti. L'America, nonostante i forti problemi occupazionali, ha continuato a crescere del 2,8 per cento.

Tutta l'Europa, invece, è rimasta indietro crescendo dell'1,7%, con l'eccezione di Germania e Turchia che hanno sorpreso tutti con i loro tassi di crescita del 3,5 e 7% circa. L'Italia ha fatto peggio della media europea, crescendo solo di un punto.
Ma nessuno ci obbliga a far sì che il 2011 sia un altro anno di stallo per l'Italia. Perché non ricordare il 2011, in cui si festeggia il 150° dell'Unità del paese, come l'anno in cui l'Italia ha deciso, finalmente, di ricostruirsi, di rilanciarsi e di diventare più competitiva soprattutto per risolvere il problema della disoccupazione giovanile, salito a circa il 30% (e al Sud oltre il 36%)?
Possiamo ancora accettare in modo passivo che l'Italia nel 2011 sia uno dei paesi più a rischio per i giovani nella transizione tra scuola e lavoro con oltre il 20% dei "giovani lasciati indietro", ovvero ragazzi tra i 15 e i 29 anni che hanno abbandonato la scuola senza un diploma e non lavorano? Possiamo ancora continuare a dimenticarci del capitale umano e intellettuale inespresso presente nell'occupazione femminile dove oltre il 50% delle donne italiane è inattivo, oltre 12 punti sopra la media europea, addirittura 20 punti sopra la Germania e strutturalmente in crescita nonostante anche in Spagna il fenomeno sia diminuito? Come si può accettare di vincere il futuro lasciando metà della squadra in panchina?

Eppure lo facciamo da tanto tempo. L'ingresso di 100mila giovani sul mercato del lavoro si tradurrebbe in una crescita del Pil di circa 0,2 punti, mentre ogni 100mila donne occupate in più si avrebbe un impatto di circa 0,3 punti sul Pil. Il solo allineamento alla media europea, sia in termini di occupazione giovanile che femminile, si tradurrebbe in una maggior crescita ovvero in maggior ricchezza per tutti di circa 1,3 punti.

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Tags Correlati: Boston Consulting Group | Italia | Mercato del lavoro | Riccardo Monti | Stefano Siragusa | Sud

 

Perché non replicare in Italia i modelli d'inserimento giovanile nel mercato del lavoro basati sulla formazione professionale e dell'apprendistato già testati in Danimarca, Olanda e Germania, dove la disoccupazione giovanile è strutturalmente inferiore al 10%?
La chiave di successo di questi paesi è il collegamento tra formazione e percorsi di apprendistato. In Italia la formazione tecnica e professionale è una realtà separata e ben diversa dai percorsi di apprendistato. Viene percepita come una scuola di ripiego su cui non investire e, perciò, non offre ai giovani le competenze necessarie per la crescita professionale.

Perché non riequilibrare i fondi per gli ammortizzatori sociali (che in Italia significano prevalentemente cassa integrazione per gli adulti ovvero supporto a chi è già nel mondo del lavoro) e introdurre fondi, sussidi, sgravi e crediti fiscali per l'inserimento dei giovani, di chi, cioè, non è ancora nel mercato del lavoro, sul modello di quello dei Paesi Bassi e della Danimarca o di quanto ha fatto l'Inghilterra con il New Deal for Young People?
Perché non riequilibrare le garanzie del mercato del lavoro, riducendo il divario tra flessibilità del lavoro temporaneo, che è offerto solo ai giovani, e rigidità di quello a tempo indeterminato che è ormai prerogativa esclusiva degli adulti? Il divario tra estrema flessibilità imposta ai giovani ed estrema rigidità garantita agli adulti implica per molti giovani la permanenza per lunghi periodi in posizioni lavorative più deboli, meno gratificanti e peggio retribuite, con conseguenze negative non solo sulla loro vita privata e sulla capacità di creare una famiglia, ma su tutta la capacità di crescita del paese. Non lamentiamoci se i nostri talenti poi fuggono dall'Italia.

Questi riequilibri sono equi e doverosi. I lavoratori più anziani hanno già trasferito un debito pubblico di circa 80mila euro a testa ai giovani italiani e ora stanno trasferendo anche i costi legati ai privilegi della propria condizione lavorativa. A che serve gloriarsi della relativa tenuta dell'occupazione "adulta", quando abbiamo oltre 2 milioni di giovani in uno stato di totale smarrimento e abbandono?
La soluzione sembra possibile, ma la scusa del debito pubblico ci lascia ingessati nella situazione corrente e in qualche modo destinati al declino. Se l'occupazione giovanile in Italia e nel Sud in generale deve essere "l'assillo comune della nazione", tale assillo deve offrire il coraggio a noi tutti di cambiare e, se servissero ulteriori risorse, queste dovrebbero essere trovate senza aumentare la spesa corrente. In virtù e in onore delle generazioni future, dovremmo avere il coraggio di far cadere i tabù dell'età pensionabile, della tassazione dei redditi più alti da affiancare alla maggior lotta all'evasione, delle intrecciate partecipazioni statali e locali nei servizi, degli albi delle professioni, delle privatizzazioni, dei baronati burocratici che moltiplicano le poltrone.

Sia il 2011 l'anno del nuovo risorgimento italiano in cui tutti possano tornare a guardare al futuro con coraggio e fermezza, senza egoismi di breve periodo.
Riccardo Monti e Stefano Siragusa sono rispettivamente amministratore delegato e managing director di Boston Consulting Group

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