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L'Egitto e il double dip da barile

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Questo articolo è stato pubblicato il 04 febbraio 2011 alle ore 07:11.
L'ultima modifica è del 04 febbraio 2011 alle ore 10:08.

I disordini in Tunisia e ora in Egitto hanno importanti implicazioni economiche e finanziarie. Circa due terzi delle riserve mondiali accertate di petrolio e quasi la metà delle riserve di gas sono in Medio Oriente; il rischio geopolitico nella regione può quindi provocare brusche impennate dei prezzi petroliferi in grado di generare ripercussioni in tutto il mondo.
Tre delle cinque recessioni globali del passato sono scaturite da uno shock geopolitico in Medio Oriente che ha provocato un rincaro del petrolio e il prezzo del greggio ha avuto un ruolo anche negli altri due casi.

Il prezzo del barile ha avuto un peso rilevante anche nella recessione globale più recente. Gli Stati Uniti sono entrati in recessione a dicembre 2007, per effetto della crisi dei mutui subprime, ma il fenomeno ha assunto dimensioni globali solo nell'autunno del 2008. Questa recessione mondiale non è stata innescata soltanto dal danno collaterale del fallimento di Lehman. Nell'estate del 2008, i prezzi del petrolio erano ormai raddoppiati rispetto a 12 mesi prima, raggiungendo il picco di 148 dollari al barile. Questa evoluzione ha rappresentato un grave shock negativo in termini di ragioni di scambio e reddito reale, non solo per gli Stati Uniti, gran parte d'Europa e il Giappone, ma anche per la Cina e tutti gli altri mercati emergenti importatori netti di petrolio e di energia. L'economia mondiale già fragile è così precipitata in una vera e propria recessione.

Non sappiamo ancora in che misura il contagio politico in Medio Oriente si estenderà nella regione e magari anche oltre (un produttore di petrolio importante come il Venezuela potrebbe essere coinvolto da una "rivoluzione dei gelsomini"?). Né sappiamo se il rischio di interruzione della fornitura di petrolio provocherà un incremento consistente dei prezzi.

Ma esiste il rischio che l'assalto alle autocrazie mediorientali abbia come risultato l'instaurazione non già di democrazie stabili, ma di regimi ancora più instabili e radicali. Ovviamente nessuno dovrebbe essere solidale con governanti legati a corruzione, povertà, alti tassi di disoccupazione e disparità di reddito, e tutti ci auguriamo che gli eventi in Tunisia e in Egitto portino a libere elezioni e a governi in grado di dare risposte alle esigenze e alle aspirazioni delle masse oppresse. Ma l'esperienza recente di "libere elezioni" e "democrazia" in Medio Oriente è stata deludente: la rivoluzione iraniana ha portato all'insediamento di un regime autoritario e oppressivo controllato da fondamentalisti islamici; le elezioni a Gaza hanno decretato l'ascesa del movimento radicale Hamas; il Libano ha visto il successo di Hezbollah, uno "stato nello stato" radicale e bene armato; e l'invasione statunitense dell'Iraq ha portato una guerra civile e una pseudodemocrazia instabile, oggi sempre più a rischio di finire sotto il controllo di gruppi sciiti radicali.

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Tags Correlati: Egitto | Francesca Marchei | Hamas | Hezbollah | Medio Oriente | Prezzi e tariffe | Tunisia

 

Anche prima dei recenti shock politici in Medio Oriente, i prezzi del petrolio erano saliti al di sopra dei 90 dollari, trainati non solo dai fondamentali di una ripresa economica globale, ma anche da fattori non fondamentali: un muro di liquidità in cerca di attivi e materie prime nei mercati emergenti, in un contesto di tassi d'interesse quasi azzerati e allentamento quantitativo nelle economie avanzate; clima euforico e comportamento collettivo (come nel 2007-08); e una disponibilità di nuove capacità petrolifere limitata e anelastica. Oggi il prezzo del petrolio si sta avvicinando ai 100 dollari al barile.

Questa ascesa, insieme all'aumento correlato di altri prodotti primari, soprattutto alimentari, spinge verso l'alto l'inflazione nelle economie emergenti già surriscaldate, in cui i prezzi petroliferi e alimentari incidono fino a due terzi sul paniere dei consumi. Il rincaro del petrolio è uno shock negativo anche in termini di ragioni di scambio e reddito disponibile per le economie avanzate, uscite a stento dalla recessione e ora protagoniste di una ripresa anemica. Considerando la debolezza sui mercati dei beni e del lavoro, il rincaro delle commodity potrebbe generare soltanto effetti inflattivi di primo livello, senza ripercussioni sull'inflazione di base. Ma se i prezzi petroliferi dovessero salire ancora molto, queste economie subirebbero una brusca frenata se non, in alcuni casi, una ricaduta in recessione. Infine, l'ascesa dei prezzi dei prodotti primari aumenta l'avversione al rischio degli investitori e rischia di ridurre la fiducia dei consumatori e delle imprese, incidendo negativamente sui mercati finanziari e sull'economia reale.

Per quanto sia auspicabile che gli eventi in Tunisia e in Egitto sfocino in una transizione ordinata verso nuovi regimi stabili e democratici, non si può escludere il rischio di esiti più instabili e radicali. Queste tensioni e il conseguente rischio di ulteriori impennate dei prezzi energetici rappresentano un grave pericolo per un'economia globale in affannosa ripresa dalla crisi finanziaria e dalla recessione più gravi degli ultimi decenni.
(Traduzione di Francesca Marchei)
© FINANCIAL TIMES

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