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Questo articolo è stato pubblicato il 10 marzo 2011 alle ore 08:30.
L'ultima modifica è del 10 marzo 2011 alle ore 06:38.

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Com'era bello, per gli economisti, il mondo di prima della crisi globale. C'era un obiettivo, la stabilità dei prezzi, e uno strumento per raggiungerlo, il tasso d'interesse, e l'ottenimento del primo portava a una crescita stabile. Erano gli anni della Grande Moderazione. «Avevamo - dice Olivier Blanchard, capo economista del Fondo monetario e uno dei più acclamati macroeconomisti, ammettendo che la sua descrizione è un po' "una caricatura" - un quadro semplice ed elegante».

Peccato che quel quadro, dove la finanza era a mala pena un dettaglio, e si rivelerà invece una delle cause principali di tanti mali, dove la politica fiscale contava poco o nulla, e dove alle spalle della stabilità apparente si gonfiavano gli squilibri, non descrivesse la realtà. «Tutte le crisi economiche più gravi degli ultimi 200 anni - sostiene il premio Nobel Joseph Stiglitz, uno dei più vivaci contestatori della prima ora di quel quadro idilliaco - sono state legate a bolle del credito e crisi finanziarie. Non includere la finanza nei modelli macroeconomici è stato uno dei fallimenti più clamorosi. I nostri modelli semplicemente non ritraevano quello che stava succedendo».
Quel mondo di certezze è oggi un mondo di dubbi, di domande più che di risposte. Così Blanchard ha chiamato due vecchi amici, lo stesso Joe Stiglitz, e l'altro Nobel Mike Spence, che ha dedicato i suoi sforzi più recenti a individuare le radici profonde della crescita, e insieme hanno convocato a Washington, per un consulto di due giorni sullo stato della macroeconomia, oltre un centinaio delle menti più brillanti della professione, compresi altri due Nobel, il decano Bob Solow e George Akerlof. Paul Krugman, impossibilitato a partecipare, ha mandato la sua benedizione, come si usa di questi tempi, via blog. I presenti abbracciavano uno spettro di vedute che va dall'ultraortodossia dell'ex capo economista della Banca centrale europea, Otmar Issing, all'iconoclastia di Stiglitz.

È significativo però che l'iniziativa su sei grandi temi sia venuta da quello che è stato il guardiano supremo della fede, ma anche uno dei primi a recitare il mea culpa, il Fondo monetario. Nel testo che accompagnava l'invito, il capo economista dell'Fmi parla di «riscrivere lo spartito della macroeconomia».
«La crisi dell'economia globale - ha detto il direttore dell'Fmi, Dominique Strauss-Kahn, aprendo i lavori - è anche la crisi degli economisti». Blanchard ha riconosciuto che siamo entrati «in un nuovo mondo», di molti obiettivi e di molti strumenti, alcuni dei quali non sappiamo ancora bene come usare, e alcuni che sono a rischio di abusi da parte dei politici, come i controlli sui movimenti di capitale.
Olivier Blanchard è attentissimo a precisare che «qui non si tratta di costruire un Washington Consensus 2», riferendosi a quell'insieme di principi della politica economica in voga negli anni 90 e poi finito sotto attacco da ogni parte (John Williamson, che lo ha formulato, era fra i partecipanti all'incontro). La nuova parola d'ordine è «pragmatismo». È così del resto che si è mossa la Cina, ha spiegato Andrew Sheng, della Tsinghua University, un modello difficile da replicare, e che ora a sua volta comincia a mostrare qualche pecca, ma senza dubbio di successo. Del resto, come ha detto l'economista di Harvard Dani Rodrik, il prossimo futuro dei paesi industriali è fatto di crescita lenta e smaltimento del debito pubblico, mentre il grosso della crescita mondiale verrà dai paesi emergenti. Il rischio, però, ha sottolineato Rodrik, è che a governare questo processo non sia più il G-8, e neppure il G-20, ma un G-0, in un mondo privo di leadership. Al nuovo spartito di Blanchard mancherebbe un direttore d'orchestra.

IL DIBATTITOSul Sole 24 Ore dell'8 febbraio (sopra) Raghuram Rajan denuncia l'incapacità degli economisti di prevedere la crisi e sul giornale del 10 febbraio (sotto) il mea culpa dell'Fmi che non ha compreso i segnali dei mercati internazionali.

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