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Questo articolo è stato pubblicato il 04 aprile 2011 alle ore 08:52.
L'ultima modifica è del 04 aprile 2011 alle ore 07:50.

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Utili limitati, perdite. Penali non applicate. Costi poco congrui. Compensi ai manager ritenuti eccessivi. Il fisco entra in azienda, controlla, scruta e valuta. Dal suo punto di vista. Una delle contestazioni alle imprese che si sta diffondendo sempre più è quella dell'«antieconomicità». Secondo alcuni uffici, è sospettabile di evasione l'impresa che effettua scelte non in linea con quello che ci si attenderebbe. E, poco importa, se la finalità è una sola: cercare di ridurre i costi e aumentare i ricavi. Tocca poi al contribuente provare la propria "innocenza fiscale".

Operazione non sempre semplice considerato che, tra l'altro, ci si muove in un contesto normativo di grande incertezza.
Il limite vero del passare e ripassare al microscopio le scelte aziendali è perdere di vista il contesto generale: l'andamento del mercato in cui si muove l'azienda, la congiuntura che determina l'andamento della domanda e dell'offerta. Variabili tutt'altro che secondarie per chi esercita un'attività d'impresa. Variabili di cui il fisco dovrebbe tener conto, se proprio intende mettersi nei panni dell'imprenditore. Del resto, mai come in questo caso, è una questione di ruoli. Quando si invertono, aumenta il rischio di prendere abbagli. E di perdere di vista il buonsenso.

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