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Questo articolo è stato pubblicato il 29 aprile 2011 alle ore 07:56.

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Alla fine, dopo molte insistenze, non ultima quella di Obama, l'Italia ha deciso d'incrementare il contributo all'operazione in Libia consentendo un ruolo attivo alla nostra aviazione.
Al tempo stesso, il presidente Berlusconi e altri esponenti della maggioranza hanno avanzato l'ipotesi di un disimpegno delle forze italiane impiegate in operazioni oltre frontiera, a partire da una riduzione del contingente in Libano, presenza considerata da Maroni «inutile e superflua».


Queste valutazioni, ondivaghe e contraddittorie, rientrano in una lunga tradizione della politica di difesa nazionale o sono una novità? La risposta non è univoca. Da un lato, l'atteggiamento del Governo in questi mesi rispetto all'adempimento della risoluzione Onu sulla Libia è in linea con una certa concezione del ruolo dell'Italia nell'arena internazionale. D'altro lato, l'abbandono di un ruolo attivo nelle missioni internazionali costituisce una rottura rispetto a un frame degli ultimi vent'anni, e che lo stesso capo dello Stato Napolitano ha definito come il principale mezzo di politica estera.


Quanto il Governo si muova in continuità o meno con il passato lo si può accertare meglio se ci si pone in un'ottica di periodo e si analizzano le scelte effettuate in un arco temporale ventennale che va dalla prima guerra del golfo (Desert Storm, 1991) alla missione Unifil in Libano (Operazione Leonte, 2006).


Sulla base di una ricerca condotta sui dibattiti parlamentari e sulle motivazioni delle decisioni dei ministri e dei sottosegretari della Difesa e degli Esteri nel periodo 1990-2006 (i risultati saranno pubblicati da Piero Ignazi, Giampiero Giacomello e Fabrizio Coticchia in Just don't call it war! Italian military missions abroad, Palgrave-Macamillan), possiamo sostenere che l'approccio adottato dai politici durante la crisi libica è in linea con le scelte dei decision-makers nel corso delle principali crisi internazionali nelle ultime due decadi. I tratti costanti sono: il basso profilo da un punto vista militare (missioni depotenziate dal punto di vista di mezzi e risorse in Iraq e Afghanistan); l'estrema cautela e riluttanza nell'impiegare la forza (emblematica la scelta di ricorrere alla trattativa nei confronti dei signori della guerra somali, delle milizie sciite a Nassiriya, dei clan afghani); la richiesta di una soluzione diplomatica parallela alle azioni militari (si rammentino le proposte di accordo rivolte a Saddam Hussein e Slobodan Milosevic); la permanente centralità della politica interna (il tema dell'immigrazione, oggi come negli anni Novanta, elemento centrale della discussione dopo le crisi balcaniche); l'affannosa ricerca di visibilità internazionale attraverso un presenzialismo militare e diplomatico (la ricorrente proposta di ospitare in Italia conferenze di pace, e il comando operativo Nato delle missioni sulla Libia a Napoli); il richiamo ai valori di multilateralismo, pace e umanitarismo; l'inconsistenza tra retorica e realtà sul terreno (la missione in Iraq Antica Babilonia nel 2003, interpretata come intervento di pura "emergenza umanitaria").

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