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Questo articolo è stato pubblicato il 23 maggio 2011 alle ore 08:30.
L'ultima modifica è del 23 maggio 2011 alle ore 08:50.

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Nella rubrica delle lettere del «Sole24Ore» del 16 ottobre 2007, nel commentare la frase pronunciata dallo scomparso Tommaso Padoa-Schioppa all'interno di un ragionamento di notevole spessore etico e civile («le tasse sono bellissime»), un lettore citò il giurista americano Oliver Wendell Holmes Jr: «Mi piace pagare le imposte, così facendo compro civiltà». Concetto complesso, principio complicato da affermare in un paese in cui l'evasione fiscale è pratica assai diffusa, e il senso civico alimentato dalla consapevolezza di far parte tutti di un'unica "comunità" è piuttosto scarso.

Sarà che non lo si insegna a scuola, potranno obiettare i nostalgici della vecchia educazione civica. Ci ha provato Franco Fichera, docente di diritto tributario presso l'Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e preside della facoltà di Giurisprudenza. Nell'aprile del 2009, su iniziativa del comune di Torino, ha organizzato all'interno della prima edizione di «Biennale democrazia» un incontro con 100 bambini delle classi IV e V elementare. Tutti convocati nall'austera aula Giulio Cesare del Consiglio comunale, quasi a simulare una seduta sul tema delle tasse. Ora quell'esperimento è raccolto in un libro appena pubblicato da Einaudi dal titolo «Le belle tasse, ciò che i bambini insegnano sul bene comune».

Suddivisi in gruppi, ai bambini venne attribuita una funzione. A nessuno era stato spiegato in precedenza cosa fosse quel «gioco delle tasse», qualificate come «un sacrificio individuale in vista dell'interesse collettivo». Da un lato l'autorità politica, dall'altro gli amministratori e gli esattori. Il versamento "fisico" dei tributi fu sostituito da monete di cioccolato, e alla fine si aprì un dibattito su come utilizzare il relativo gettito. Il resoconto della giornata, descritto nel libro, è di grande interesse.

Per due ore cento bambini in assoluto silenzio hanno seguito l'esperimento, avanzando proposte e formulando domande: come si puniscono gli evasori, ad esempio? Oppure con esclamazioni a sorpresa come quella di una bambina, figlia di una vigilessa del fuoco, che esclamò: «Ma allora mia madre è pagata con le tasse!». Il tema principale, una volta chiarito a cosa servono le tasse, è stato: ma se pagarle è un obbligo, come possiamo sapere come verranno spese? «No taxation without representation», e dunque l'unico modo per "difendersi" è fare le proprie scelte con il voto, è stata la risposta.

La grande questione - come ricorda Fichera nell'introduzione - è che il legame con le tasse si perde. Resta così solo il sacrificio, soprattutto, potremmo aggiungere, se quel che viene "restituito" in termini di servizi, strade e ospedali non è proprio in linea con la quantità di risorse prelevate. Una bella lezione, comunque, che dovrebbe essere replicata in tutte le scuole, per evitare da un lato la consueta, italica lamentazione sull'eccesso di prelievo (peraltro assolutamente motivata da parte di chi assolve regolarmente al suo dovere), e dall'altro l'altra attitudine tutta nostrana ad individuare sempre e comunque altrove la responsabilità di quel che accade.

Affermare il principio che chi evade arreca un danno all'intera collettività servirebbe, quanto meno, a far maturare fin da piccoli la percezione che lo Stato non è un'entità «altro da noi», da contrastare con i mille artifici dell'italico ingegno. I bambini ci guardano, e a volta, appunto, possono anche insegnarci qualcosa.

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