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Questo articolo è stato pubblicato il 30 giugno 2011 alle ore 07:20.
L'ultima modifica è del 30 giugno 2011 alle ore 08:58.

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C'è un'Europa che corre e non si tratta solo della Germania, anche se a questa è molto legata. Sembra distante anni-luce dai Paesi mediterranei, ma condivide con essi alcuni caratteri strutturali. Parliamo dell'Europa dell'Est, una regione che è stata colpita dalla crisi finanziaria prima del resto del mondo e che oggi mostra tassi di crescita "latino americani", se non propriamente "asiatici".

Nel 2007-2008, prima del fallimento di Lehman Brothers, parte dell'Europa Orientale si avvitava nel collasso finanziario e nella recessione. Il Fondo monetario e l'Unione Europea intervenivano con programmi di stabilizzazione e sostegno finanziario in Lettonia e Ungheria e più tardi anche in Romania. Tre anni dopo, tutti i Paesi dell'area sono tornati a crescere, e le prospettive per il biennio 2011-2012 appaiono eccellenti.

"Todo cambia" e dunque non stupiamoci se la "Nuova" Europa entrata da poco nell'Unione oggi ha qualcosa da insegnare alla "Vecchia", che la osservava con paternalismo e un po' di insofferente sussiego solo un decennio fa. Al di là degli aspetti finanziari, e della gestione del cambio, colpisce l'attitudine culturale che ha contraddistinto le classi dirigenti e le opinioni pubbliche di quei Paesi durante la crisi. Mentre da noi hanno soffiato (e soffiano) venti incrociati che conducono a chiedere confusamente più Stato e più protezione, la crisi finanziaria e la recessione hanno portato una ventata pro-mercato nell'Europa dell'Est. I partiti populisti non hanno guadagnato grandi consensi né a destra né a sinistra, all'opposto di quello accade nella Vecchia Europa, e la destra liberale è oggi forte in quasi tutta la regione con la sola eccezione dell'Ungheria.

Sotto il profilo economico, questo si è tradotto in una presa di responsabilità, e in un coerente orientamento di politica economica. Forse perché la crisi è giunta dopo anni di sviluppo e aumento del tenore di vita, o forse perché l'adesione recente all'Unione Europea ancora esercita una pressione virtuosa sui comportamenti sociali. I cittadini dell'Est hanno accettato di compiere sacrifici in cambio della prospettiva di risanare l'economia e tornare a crescere: le riforme non hanno suscitato grandi conflitti sociali. In tutti quei Paesi si è posto un argine solido all'insostenibile deriva della spesa pubblica, con misure talvolta draconiane.

Per fare un esempio, nel 2009 i tre Paesi Baltici hanno ridotto il bilancio statale del 10% circa, concentrando i tagli nei costi della pubblica amministrazione. In Lettonia, gli stipendi statali sono stati ridotti del 35%, e le agenzie pubbliche dimezzate. Senza ricorrere alla svalutazione del cambio, che spesso si rivela un palliativo in economie così fortemente integrate nel sistema degli scambi, i Governi dell'Europa Orientale hanno predisposto "svalutazioni domestiche" contenendo e a volte contraendo la dinamica di prezzi e salari nominali relativi. Questo ha dato fiato alla competitività, mentre la riduzione della spesa pubblica (e non l'aumento delle tasse) completava l'aggiustamento sotto il profilo della domanda interna. Cambio di Governo se necessario; scelte di responsabilità sociale condivise da classi dirigenti e opinioni pubbliche; nuovo orientamento di politica economica coerente con la stabilità e lo sviluppo: questa in sintesi la ricetta per ripartire.

C'è poi dell'altro, ed è nel segno del mondo che cambia. La crescita economica in Europa ruota in questa fase attorno alla Germania, e le conseguenze non sono le stesse per gli altri. Polonia e Spagna hanno all'incirca lo stesso numero di abitanti, ma il 26% dell'export polacco è diretto in Germania contro il 10% delle esportazioni spagnole. La trasmissione degli impulsi virtuosi dalla Germania sta alimentando la crescita e la stabilità finanziaria dell'Europa dell'Est, e ne viene rafforzata a sua volta. Con la caduta del Muro di Berlino, le reti di produzione, commercio e finanza che avevano così fortemente connesso la Germania con Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, sono state ripristinate dopo l'intervallo storico del socialismo reale e del suo ordine commerciale pianificato, il Comecon.

Un passaggio importante è stata la decisione di fissare la parità tra marco occidentale e orientale al tempo della riunificazione tedesca. Presa per motivi politici, e molto contestata, questa decisione ha spinto l'industria tedesca a delocalizzare oltre l'Oder-Neisse, o verso sud-est, dove il costo del lavoro era minore e i tassi di cambio flessibili. Oggi il sistema industriale che ruota attorno alla Germania consente a questa di trainare l'Europa, e ai Paesi dell'Est di uscire così bene dalla crisi. Per i sistemi produttivi dell'Europa Mediterranea è una sfida da cogliere presto: con i Paesi dell'Est condividiamo una dotazione di capitale molto simile, più orientata al materiale che non all'immateriale (la conoscenza in primis).

Utilizziamo, insomma, tecniche di produzione affini anche se abbiamo ancora un vantaggio in termini di qualità dei prodotti. Ma, appunto, si tratta di mantenere e incrementare questo vantaggio, o di spostarsi verso tecniche più intensive di conoscenza se non vogliamo che il fulcro dell'Europa industriale si sposti a nord-est (del Continente!).
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