Il Sole 24 Ore
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2 agosto 2011

Libri in vendita: limiti agli sconti e alla libertà

di Alessandro De Nicola


Molti commentatori auspicano un governo di unità nazionale, o "tecnico", per far uscire il paese dalle secche della crisi. Presi dall'esasperazione per la miserabile farsa offerta dalla classe politica (ultima, l'incredibile, dannosa approvazione al Senato della legge sul "processo lungo"), è comprensibile che ci si eserciti su tale ipotesi: forse tutti insieme i politici riusciranno a fare quello che, per motivi di lotta politica e di pressioni lobbistiche, a maggioranza non riescono a fare.

Meglio allora unirsi e, in puro spirito bipartisan, procedere a scelte dolorose per entrambi gli elettorati. Almeno così dice la teoria. Perché in pratica quando lo spirito d'intesa aleggia nelle aule parlamentari produce leggi che si piegano a microscopici gruppi di interesse svantaggiando l'interesse generale, l'economia, i consumatori.

È il caso della norma approvata il 20 luglio dal Senato, con il consenso unanime delle forze politiche (salvo due coraggiosi radicali), e che limita gli sconti sui libri, in particolare, rispetto al prezzo di copertina stabilito dall'editore, per la vendita dei libri ai consumatori finali «da chiunque e con qualsiasi modalità effettuata», compresa la cessione per corrispondenza, anche per e-commerce (spezzeremo le reni ad Amazon!), è permesso uno sconto massimo del 15%. Sono possibili promozioni per un solo mese all'anno (non dicembre, il migliore per le vendite) in cui lo sconto può arrivare al 25%; il 20% lo si potrà applicare alle fiere e manifestazioni internazionali tipo il Salone del Libro di Torino.

Sconti liberi, invece, per libri antichi, rari, fuori catalogo o pubblicati da almeno 20 mesi. Saranno i comuni a vigilare sul rispetto della legge, la cui violazione sarà punita con severe sanzioni pecuniarie. La bislacca normativa è ora alla firma del presidente Napolitano, sempre che egli non decida di tenere in conto un appello promosso da LiberLibri e dall'Istituto Bruno Leoni e firmato da migliaia di cittadini che gli chiedono di ripensarci.

Vediamo i difetti della legge. Prima di tutto l'ambizione del legislatore di entrare in ogni più piccolo dettaglio del mercato è sconcertante: promozioni , ma solo per un mese; sconto del 15% lì, del 20% là e libero per i libri usati (bontà sua). Un editto orwelliano alle vongole che se non fosse così dannoso farebbe sorridere. Il difetto fondamentale, naturalmente, è quello di emanare un diktat contro il consumatore e l'efficienza economica.

Nessuno con una faccia seria può affermare che obbligare per legge a tenere i prezzi più alti favorisce i compratori. Le tariffe obbligatorie, poi, deprimono anche il mercato nel suo complesso, perché diminuiranno le vendite e la diffusione dei libri, in barba alle finalità di protezione del "pluralismo dell'informazione" e di "diffusione della cultura" sbandierati dai promotori della normativa.

Inoltre, fatta la legge, trovato l'inganno. Sarà sufficiente registrare un sito web di vendita libri in Austria o Slovenia per vendere con sconti colossali. A meno che non si pensi di far controllare dalla polizia postale tutti i pacchi contenenti libri per verificarne il prezzo, fermare una tale pratica sarà impossibile. Anzi, se qualcuno ci tentasse, contravverrebbe al Trattato Ue, che proibisce ogni restrizione al libero scambio tra gli Stati membri. Se l'intento è di violare la libertà fondamentale europea del libero scambio, ecco un buon motivo per il Presidente della Repubblica di non firmare la legge.

Anche la costituzionalità del provvedimento è dubbia. Si lede clamorosamente il principio della libertà di iniziativa economica senza che venga dimostrata l'utilità sociale se non con parole vaghe prive di qualsiasi supporto statistico od economico. Anzi, qui ci perdono tutti: grandi e piccoli editori (non a caso LiberLibri, Ibl libri, Facco editore sono contrarissimi), i consumatori, le catene di librerie, i supermercati, le librerie on line. Il tutto per proteggere negozi inefficienti che non sanno o non vogliono consorziarsi? I padri costituenti non avrebbero approvato.

Una delle pratiche abusate nella Seconda Repubblica è quella dell'appello al Capo dello Stato a non firmare leggi sgradite all'opposizione. Qui siamo in presenza di un gruppo di persone libere e senza potere che con rispetto chiedono al Presidente di fare una riflessione supplementare prima di promulgare una norma contraria ai principi della Costituzione economica italiana ed europea.

adenicola@adamsmith.it

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2 agosto 2011