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Questo articolo è stato pubblicato il 02 settembre 2011 alle ore 07:47.
L'ultima modifica è del 02 settembre 2011 alle ore 06:41.

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Nella Smorfia (il libro dei sogni) alla paura è associato il numero 90 e indica che sotto il suo stimolo si possono fare cose altrimenti impensabili. È questa emozione che sembra guidare in questi giorni le scelte finanziarie dei risparmiatori.

In finanza, invece, non c'è spazio per le emozioni: la decisione di una persona su come investire i propri risparmi è governata dalle sue aspettative sui rendimenti relativi delle attività finanziarie, la loro rischiosità e la capacità di una persona di tollerare il rischio. Quest'ultimo parametro viene preso come un tratto della persona, una sua preferenza, talvolta dipendente dal livello della ricchezza o dall'ambiente in cui l'investitore opera - ad esempio se vive in un ambiente rischioso o se il reddito del suo lavoro è molto incerto -, ma in genere relativamente stabile e mai influenzato dal mutevole stato psicologico dell'investitore.
Perché allora in questi giorni la paura sembra irrompere così forte nei pensieri degli investitori? È forse perché la paura induce pessimismo portando gli investitori a rivedere eccessivamente al ribasso i rendimenti delle azioni? O perché ne amplifica irrazionalmente la rischiosità percepita? Oppure perché, a dispetto di quanto ipotizzato dalla teoria finanziaria, la tolleranza del rischio ha una componente emotiva che risponde alla paura?

Distinguere tra queste alternative è cruciale. Se una accresciuta avversione al rischio fosse il riflesso di una ricchezza diminuita o di un ambiente diventato più rischioso, giustamente questo porterebbe a scelte finanziare più prudenti: perché addossarsi anche rischi finanziari se è diventato più probabile perdere il lavoro o sperimentare un calo del reddito? Se invece l'accresciuta avversione al rischio riflette una paura emotiva, l'investitore potrebbe fare scelte che in sua assenza altrimenti non farebbe e di cui forse potrebbe pentirsi successivamente, quando, rientrata l'emotività, rientra con essa paura e prudenza.

Un numero crescente di studi sostiene che la propensione delle persone nei confronti del rischio ha una base neurologica e questa sarebbe direttamente legata alla paura. Benedetto De Martino, Colin Camerer e Ralph Adolphs in un recente lavoro pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Science trovano che pazienti con una lesione all'amigdala tendono a preferire prospetti più rischiosi rispetto a persone prive di lesioni. L'amigdala a sua volta è quella parte del cervello localizzata nella parte profonda oltre il lobo mediale frontale e avrebbe un ruolo primario nella conservazione della memoria associata a stati emotivi e quindi nella formazione delle emozioni, la paura in particolare.

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