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Questo articolo è stato pubblicato il 24 settembre 2011 alle ore 08:11.
L'ultima modifica è del 24 settembre 2011 alle ore 09:28.

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Un termometro che, quando i gradi sono 37, magari indica una temperatura di 40. O, all'inverso, di 30. Anche così sono descritti i Credit default swap (Cds). Cioè, quella sorta di polizza assicurativa contro il rischio di fallimento di chi, Paese o azienda che sia, emette un'obbligazione. Un derivato, a ben vedere, molto utilizzato nei mercati.

Lo scopo? Intuire lo stato di solidità finanziaria del debitore: più la sua quotazione, il premio da pagare, cresce e più sale la percezione delle difficoltà dell'emittente. È successo l'altro ieri con Berlino. Il Cds sul debito sovrano tedesco aumenta e gli operatori si domandano: ci sono problemi di solvibilità? Non è detto. Anche perché, per l'appunto, il termometro è poco affidabile. I Cds, infatti, sono scambiati su mercati opachi, gli Over the counter.

Di più: secondo i dati del Comptroller of the currency, oltre il 95% di questi contratti è gestito da sole quattro banche Usa. Il che, giocoforza, li espone alla possibilità di essere manipolati. Nulla di così problematico se non fosse che, come è accaduto nella recente calda estate di Borsa, questi contratti «influenzano» l'operatività sui titoli di Stato. Da anni si parla di una loro regolamentazione; dell'obbligo di scambiarli su piattaforme trasparenti, accessibili a tutti. La riforma non è più rinviabile. Altrimenti pochi guadagneranno e molti dovranno leccarsi le ferite.

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