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Questo articolo è stato pubblicato il 28 settembre 2011 alle ore 07:51.
L'ultima modifica è del 28 settembre 2011 alle ore 09:15.

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Si sono venduti anche i purosangue, finiti nei mattatoi nazionali con la stessa rapidità che vedeva i conti correnti degli aspiranti allevatori sprofondare nell'abisso della crisi. La carne equina "tira" sui mercati continentali, mentre le corse nelle contee piegate dai debiti non sono più battute come un tempo. E così, da mesi, la congiuntura si risolve nel tragico contributo di fattrici e stalloni all'exit strategy dalla depressione.

Schegge della gloria di queste ore spettano, dunque, anche ai cavalli di razza, tolti dalla stalle, ammazzati a migliaia, impacchettati, infine spediti, come mai prima, nelle macellerie dell'Unione. Voce microscopica, ma simbolica dell'export che si conferma energia vitale per ridare all'Irlanda lampi di luce nel buio pesto calato con il crollo dell'immobiliare maturato con il credit crunch. Due lampi, per la precisione: il primo e il secondo trimestre dell'anno si sono chiusi con un +1,9 e +1,6 % del Prodotto interno lordo, ben oltre le più rosee aspettative. Trend eccentrico rispetto al resto dell'Unione Europea, sconosciuto a quei Pigs (Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna) a cui anche l'Italia è ormai associata.

A meno di un anno dall'arrivo della missione Ue-Fmi che decise misure di salvataggio per 67,5 miliardi di euro, Dublino si scuote con le esportazioni in crescita del 3,1% nel primo trimestre, per poi frenare a un più 1% nel secondo trimestre. Non solo.

Anche la domanda interna tende a espandersi con gli investimenti in netta progressione (2,4% nei primi tre mesi, 6,4% nel periodo aprile-giugno). Il risultato è che l'Irlanda centrerà gli obiettivi programmati con gli elettori, con le istituzioni internazionali e forse farà anche meglio del previsto. «Sono convinto - spiega John Fitzgerald dell'Economic and social research institute - che il passo della crescita economica rallenterà nella seconda metà dell'anno, perché quanto accade nel resto d'Europa e del mondo comincia già ad avere conseguenze anche da noi. Ed è inevitabile. Credo, invece, che le banche potrebbero non aver bisogno di tutto quanto è stato fino ad ora stanziato per loro. In ogni caso raggiungeremo il deficit previsto nel 2012 pari all'8,6% del Pil».

Sull'onda di una nuova stretta da 3,6 miliardi di euro, tranche di quella correzione globale che dovrà sospingere il Paese verso l'alba, ancora lontana qualche anno, del pareggio di bilancio. La dinamica del debito intanto continuerà a galoppare verso il 110-115% del Pil nel 2012 per poi ridiscendere al 105% nel 2015.

La via resta irta, ma si moltiplicano i segnali che suggeriscono il progressivo affrancarsi di Dublino dal destino degli altri Paesi a cui da anni è automaticamente associata. L'ultima indicazione, dopo i dati trimestrali, è arrivata dalla decisione di Twitter, che ha confermato di voler piazzare il quartier generale europeo in Irlanda. È un nome in più che si allinea dietro Google, Intel, CitiGroup, Dell, Facebook per citare solo alcuni. Giganti stranieri che rappresentano il 75% dell'export irlandese e che la crisi non ha scacciato. Lingua, collocazione geografica, qualità elevata del personale sono considerate le motivazioni della preferenza assegnata all'Irlanda dalle multinazionali mondiali, anche se su tutte queste variabili svetta la corporate tax al 12,5 per cento. Dublino è riuscita a mantenerla nonostante l'offensiva dei partner europei determinati a ridurre il vantaggio competitivo che garantisce.

«Conta molto, ma non dipende solo dall'aliquota». David Vines, docente di economia ad Oxford e all'Mit, scorge similitudini fra la crisi asiatica del 1997 e quella dell'Irlanda di oggi nel quadro dell'Eurozona. L'export - 55% del Pil irlandese nel 2010 - spinge la crescita come accadde allora nel Far East, ma a differenza di allora non ci sono le svalutazioni ad aiutare: a Dublino è toccata la via più dura per tentare l'aggiustamento dei conti. «Credo che, come avvenne per l'Asia, anche l'Irlanda uscirà dai guai sull'onda delle esportazioni e ancora una volta sulle esportazioni continuerà a consolidare il proprio sviluppo. È stata aiutata in questi mesi dall'accordo europeo di luglio che ha ridotto i tassi sui prestiti e tagliato la spesa, ma le motivazioni dei dati positivi che cominciamo a vedere vanno trovate in fattori diversi, a cominciare dalla rapidità con cui sono state introdotte le misure di risanamento. La chiarezza che è stata fatta nel sistema bancario è un esempio. Il buono è stato separato dal cattivo con rapidità e decisione». Sono rimaste di fatto due sole banche (Bank of Ireland e Allied Irish), avendo le altre determinato, largamente, la bolla immobiliare ed essendo esplose, letteralmente, con la bolla stessa. I due istituti una volta ricapitalizzati hanno ricominciato a garantire credito. E il meccanismo, quello stesso che stenta a decollare nel Regno Unito aggravando la minaccia di recessione, è ripartito.

Con sorprendente velocità e oltre ogni previsione, l'Irlanda si rialza. Non più di dieci mesi fa l'Eurozona era sull'orlo del fallimento trascinata proprio da Dublino, oggi è Dublino a lanciare un segnale, con un rimbalzo che indica a tutti la strada e, quel che più conta, regala una speranza.

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