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Questo articolo è stato pubblicato il 11 ottobre 2011 alle ore 14:44.
L'ultima modifica è del 11 ottobre 2011 alle ore 14:48.

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Secondo l'analisi commissionata dai promotori, l'Expo avrebbe una ricaduta positiva sull'attività economica (il valore aggiunto) pari a tre volte la spesa iniziale e un effetto sull'occupazione di 60mila addetti all'anno per dieci anni.

Numeri simili tipicamente accompagnano i lanci di altri grandi eventi, quali Olimpiadi, Gran premi di Formula 1, Giubilei, Colombiadi, Mondiali di calcio e di nuoto, riunioni del G-7, e di infrastrutture quali l'Alta velocità e il Ponte sullo Stretto. È difficile opporsi a numeri del genere, e infatti infrastrutture e grandi eventi sono forse le uniche iniziative che godono quasi sempre di un supporto bipartisan.

Ma sono numeri fuorvianti, perché basati sul classico meccanismo dell'analisi di valore aggiunto: i promotori ipotizzano che i salari dei lavoratori e i profitti delle imprese che lavorano all'Expo vengano in gran parte usati per acquistare beni e servizi. Poi si aggiungono altri benefici eventuali di varia natura (ambiente, tempi di viaggio risparmiati, "attrattività"), e anche i ritorni fiscali.

Alla fine è facile arrivare a moltiplicatori di due o tre. Anzi, è quasi impossibile arrivare ad effetti negativi. Cosa manca in questa analisi? L'euro iniziale avrebbe potuto essere speso in mille altri modi. Un'analisi corretta deve dimostrare che i benefici dell'Expo sono non solo positivi, ma anche superiori ai benefici degli usi alternativi, incluso l'uso più naturale – lasciarlo nelle tasche dei cittadini (per i tanti che a questo punto si alzeranno in piedi per invocare il santo patrono Keynes, diciamo che anche Keynes era perfettamente cosciente di questo).

Questa non è una discettazione tra accademici: prima di spendere tra i 7 e i 14 miliardi (quasi l'1% del Pil) sull'Expo, tra i 5 e i 10 per la Tav, forse una decina per il Ponte sullo Stretto (tutte le cifre sono a tutt'oggi molto incerte), si dovrebbe avere una ragionevole certezza che ne valga la pena. Invece analisi costi – benefici in Italia non si fanno, o si fanno per finta, commissionandole ai soggetti interessati: si fanno invece molte analisi di valore aggiunto, che dicono sempre sì.

Questo spiega anche un fenomeno frequente: ai promotori di questi eventi interessano poco i contenuti, quello che li motiva realmente sono i fondi pubblici “dedicati” che arriveranno dall'amministrazione centrale, e le rendite immobiliari che ne derivano. L'Expo illustra perfettamente questo meccanismo. Anni dopo che si è deciso di partecipare alla gara, non si sa ancora se farne un'occasione per rendere più o meno verde la città, per rilanciare la moda o l'agricoltura, per fare degli orti botanici o dei centri congressi, per non parlare delle varie proposte di musei uno più improbabile dell' altro (mentre in quelli che già ci sono piove dentro).

Ma questo è in un certo senso secondario rispetto alla “vittoria” dei milanesi che hanno strappato a Roma i fondi per l'evento. Per questo è politicamente quasi impossibile smarcarsi dalla logica dei grandi eventi: chi oserebbe mai opporsi a nuove infrastrutture regalate dall'amministrazione centrale? Un milanese che lo facesse sarebbe considerato un traditore dai suoi concittadini.

Si dice spesso che eventi e infrastrutture non devono essere valutati solo per i loro “aridi” costi e benefici monetari, ma anche per il loro valore simbolico, per la loro capacità di aggregare le forze di una città o di un paese e di dare il primo slancio per un rinnovamento totale. Noi crediamo che sia esattamente l'opposto. Che slancio, che orgoglio nazionale possono esserci nel gettare miliardi in gallerie ferroviarie sovradimensionate, solo perché la politica non ha il coraggio di fare un passo indietro, ammettere l'errore e opporsi alle lobby dei costruttori? O nel gettare miliardi in innumerevoli edifici che servono ai costruttori ma non alla città, e che saranno inevitabilmente sottoutilizzati e dismessi il giorno dopo che finirà l'Expo, dando ai cittadini e a tutto il mondo l'ennesima immagine di spreco e di degrado?

Eventi e infrastrutture inutili distolgono risorse finanziare, politiche ed umane dal lavoro molto più oscuro ma molto più importante dell'ordinaria amministrazione. Con una minima frazione del costo dell'Expo, che da anni monopolizza il dibattito e l'attenzione dei milanesi e causa lotte senza fine per accaparrarsi le poltrone giuste, si potrebbe fare molto di più per migliorare la vita dei cittadini: dal tenere le strade pulite a riempirne le buche, dal mettere a posto le scuole a ripulire i navigli, da pulire i graffiti sui muri a migliorare i servizi sociali. E contrariamente a quanto credono i politici, queste iniziative contribuirebbero a migliorare l'immagine di Milano in Italia e all'estero molto più di un evento, come l'Expo, che all'estero ha una risonanza minima.

Si cita spesso Barcellona 1992 come il caso tipico di un grande evento che ha rigenerato una città. Ma non si citano mai i tanti eventi o infrastrutture fallimentari, molti nella stessa Spagna e in anni recenti, come gli Expo di Saragozza e Siviglia, o l'alta velocità Madrid-Siviglia. Per non parlare delle Olimpiadi di Atene, all'epoca osannate da tutti ma, oggi sappiamo, una delle cause principali del dissesto greco. I conti bisogna farli con cura prima, perché dopo nessuno avrà interesse a verificare che molti soldi pubblici sono stati buttati, e a far pagare i colpevoli.

roberto.perotti@unibocconi.it
marco.ponti@polimi.it

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