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Questo articolo è stato pubblicato il 04 dicembre 2011 alle ore 08:56.
L'ultima modifica è del 04 dicembre 2011 alle ore 10:00.

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L'80% degli italiani, secondo Renato Mannheimer, sarebbe a favore di un'imposta patrimoniale. Per arrivare a una percentuale così alta, bisogna mettere insieme i gruppi più disparati, chi ha un lavoro stabile e chi lo cerca, gli anziani che vivono di risparmi e i giovani che tirano avanti con lo stipendio, chi legge e chi ha difficoltà a capire un testo anche semplice: difficile che tutti abbiano in comune uno stesso interesse economico. Devono quindi essere motivazioni diverse a coalizzare quell'80%, non economiche, ma ideologiche ed emotive.

Molti – in quell'80% – sono animati da un'ideale di giustizia. Una visione che in passato ha accumunato nobili riformatori e sanguinari carnefici, dame di San Vincenzo e tricoteuses; oggi essa unisce l'invidia sociale di chi vuole che "anche i ricchi piangano" e la razionalità illuminista di chi pensa che si starebbe meglio se lo stato, togliendo e distribuendo, riallocasse una parte del valore monetario attribuito a qualsiasi tipo di ricchezza. Ma è davvero più giusto un mondo in cui si fossero ridotte le diseguaglianze? Nel mondo reale non siamo tutti belli, tutti intelligenti, tutti sani, tutti ricchi, diseguaglianze di reddito spesso sono sintomi di diversità di talenti. Giusto è un mondo che non discrimina, che mette a disposizione di tutti i mezzi per cogliere quella che più gli conviene tra le infinite possibilità che crea una società aperta, che facilita la mobilità sociale. Se le banche guadagnano troppo, il problema non si risolve tassandone i vertici. La redistribuzione operata dal centro, lungi dal creare il paradiso in terra, è pressoché certo che ridurrebbe il benessere collettivo; è molto probabile che, di quelli che si sarebbe voluto avvantaggiare, solo pochini finiscano per esserlo realmente. Gli idealisti sovente sono vittima dei realisti: quelli che oggi vogliono "impacchettare" la patrimoniale per fare accettare riforme più indigeste, le pensioni, o la moderazione salariale, o la flessibilità dei contratti.

Poi ci sono quelli, e credo siano la maggior parte di quell'80%, per cui ci vuole un sacrificio per uscire dal difficile momento in cui ci troviamo; come se un senso di colpa collettivo esigesse un'offerta riparatrice, il privarsi di qualcosa con sofferenza e generosità. Esplicito nell'anziana signora che chiede le venga decurtata qualche rata di pensione, strombazzato nell'appello a sottoscrivere Bot (in realtà la promozione di un investimento a condizioni di mercato), questo sentimento sembra presente anche negli imprenditori e negli economisti che, con una strana inversione logica, prima propongono la patrimoniale light e poi la giustificano con le riduzioni di altre imposte. Mentre logica vorrebbe che prima si dichiarasse l'obbiettivo, quindi se ne dimostrassero i vantaggi e infine se ne cercasse la copertura, riducendo costi e solo in ultima istanza ricorrendo ad altre tasse.

Pensionati ed economisti, "flagellanti" e "chierici" mostrano di condividere una concezione dello Stato, per l'occasione chiamato Patria, come "concetto teologico secolarizzato", per dirla con Carl Schmitt. Invece lo Stato è un fornitore di servizi, in posizione dominante, sovente in monopolio legale, quindi con una strutturale, inevitabile, onnipresente, pluridimostrata tendenza all'inefficienza: il vincolo di bilancio è il solo sostituto della concorrenza, l'unico strumento per contrastarla. Uno strumento che la patrimoniale rende spuntato.

Inutilità e danni della patrimoniale in versione pesante sono stati dimostrati anche su queste colonne: non è entrata nell'agenda politica, quindi non è il caso di ripeterli. Ma light o pesante che sia, la patrimoniale è un'imposta: calcolata su un valore catastale o su un'attività finanziaria o su una busta paga, sono sempre soldi sottratti ai cittadini che avrebbero scelto come spenderli o investirli. «Tutte le tasse hanno effetto recessivo», ricorda Vincenzo Visco, intervistato dall'Unità il 24 novembre: proprio ciò che noi dovremmo in tutti i modi evitare. Noi che abbiamo un problema che tutti gli altri sovrasta: far ripartire la crescita, del prodotto e della produttività. Con la crescita tutti i nostri problemi si risolvono, senza la crescita tutti i rimedi sono provvisori. Il 2012 sarà per l'Italia un anno difficile. c'è da scommettere che molti (l'80%?), nella stretta di una recessione che ormai sappiamo inevitabile, chiederanno che lo Stato reflazioni l'economia, cioè esattamente il contrario dell'effetto deflattivo che avrebbe la patrimoniale invocata oggi dall'80 per cento. Forse c'è un modo meno costoso di cambiare idea.

twitter@FDebenedetti

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