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Questo articolo è stato pubblicato il 07 dicembre 2011 alle ore 08:26.
L'ultima modifica è del 07 dicembre 2011 alle ore 08:36.

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Per l'euro mancano 48 ore al giorno del giudizio. Al termine del vertice europeo di domani e venerdì, a colpi di spread e tassi di cambio, i mercati diranno se riterranno o no convincenti le decisioni prese. I dubbi sono leciti.

La drammatizzazione del caso Italia ha provocato un cambio di Governo e l'adozione da parte del nuovo esecutivo di un pacchetto di misure, per ora soprattutto di rigore, che ha raccolto il plauso generale. Tutti sanno però che, se da solo il nostro Paese può destabilizzare l'euro, di sicuro da solo non può salvarlo dal disastro. Anche se intensifica, come sta facendo, i propri compiti a casa.

La riprova è venuta immediata lunedì sera da Standard&Poor's, evidentemente non molto impressionata né dal piano Monti salva-Italia e neanche dalle nuove riforme presentate dal tandem Merkozy per rafforzare governance e disciplina nell'area euro. L'agenzia di rating ha annunciato pagelle negative per ben 15 Paesi dell'euro, compresi tutti i 6 virtuosi della Tripla A: declassamento di un punto per Germania, Austria, Olanda, Finlandia e Lussemburgo. Di due punti per Francia. E Italia.

«La verità è che i mercati del mondo intero per ora non hanno affatto fiducia nell'area euro»: il commento spietato, come quasi sempre, di Wolfgang Schäuble. Il ministro tedesco delle Finanze spera però che la sferzata di S&P riesca a forzare la mano dei leader dell'euro costringendoli al vertice a prendere misure davvero incisive e credibili.

Sarà. Angela Merkel, il suo cancelliere, ha subito messo le mani avanti onde evitare di eccitare troppe aspettative. In realtà sarebbe davvero strano scommettere su un'imminente svolta radicale e stabilmente risanatrice al vertice dopo aver visto l'ennesimo piano tedesco-francese di riforma dei Trattati Ue, tutto incentrato sull'ennesima stretta rigorista sui conti pubblici, questa volta armata anche di sanzioni automatiche.

Con una nuova recessione dietro l'angolo, l'anemia creditizia e l'irrisolto rapporto incestuoso tra banche e debito sovrano, davvero ci si può illudere di risolvere l'attuale crisi in modo durevole se la crescita economica non riparte? Le riforme strutturali sono l'ingrediente indispensabile per aumentarne il potenziale, però inevitabilmente sul medio-lungo termine.

E a breve? Per ora nei Paesi dell'euro-sud c'è solo la prospettiva di una spirale perversa in cui l'iperbole rigorista si avvita sul rachitismo dello sviluppo secondo la nota sequenza aggiustamento dei conti pubblici, indebolimento dell'economia, minori entrate di bilancio e dunque nuove manovre di aggiustamento... Ma quanto a lungo potrà tenere il consenso sociale e quindi anche politico, a livello nazionale ed europeo, con questo scoraggiante futuro davanti che promette di ingabbiare a lungo i Paesi più vulnerabili nella trappola di una crisi che si autoperpetua?

Il vertice di domani e dopo a Bruxelles dovrebbe celebrare in pompa magna la nascita dell'unione economica e di bilancio dell'eurozona da affiancare finalmente a quella monetaria. L'operazione potrebbe però rivelarsi l'ennesimo castello europeo costruito sulla sabbia. Certo la Bce di Mario Draghi ha promesso davanti all'Europarlamento «nuove misure» di intervento sui mercati, se verranno blindati gli impegni nazionali al rigore e al risanamento.

Senza crescita economica, senza una maggiore integrazione delle banche sotto la supervisione di una forte autorità sovranazionale, senza la mutualizzazione del debito, la trasformazione della Bce in prestatore di ultima istanza e senza gli eurobond per gli irremovibili no della Germania della Merkel, fino a quando Draghi potrà sopperire alle deliberate assenze della politica europea?

Nel nuovo pilastro economico dell'euro c'è un altro vizio strutturale, forse il più insidioso di tutti: la debolezza francese. Finora mimetizzata dall'appartenenza al club della Tripla A. L'asse Merkel-Sarkozy è ormai una grande finzione che maschera la perduta parità della Francia con il grande vicino. Però fa comodo a entrambi perché permette alla superpotenza tedesca di non esondare in Europa, almeno nell'immagine, e a Parigi di asserire una "grandeur" che non ha più ma che conforta e, soprattutto elettoralmente, paga.

Proprio perché il rapporto tedesco-francese è ormai profondamente sbilanciato e, per gli squilibri accumulati, l'economia francese oggi necessita di una cura da cavallo di austerità e riforme simile a quella italiana, l'unione fiscale rischia di soffrire di una pericolosa ambiguità congenita.

Già per la Francia "gollista" la cessione di sovranità di bilancio è un tabù quasi impossibile da superare. Figuriamoci in condizioni di debolezza, con il rischio di finire a sua volta, dopo Grecia, Portogallo e Italia, in amministrazione controllata da parte di Berlino e Bruxelles che potrebbero dettare le linee del bilancio all'Assemblea nazionale.

La strategia dei piccoli passi che tanto piace alla Merkel finora è riuscita a nascondere la sindrome francese che fragilizza il nuovo patto "fiscale" per rafforzare l'euro. Ma fino a quando? Con l'Italia di Monti che si mette in riga, i mercati potrebbero presto scoprire il bersaglio francese mettendo la Germania con le spalle al muro. A quel punto non ci sarebbero né Fondo salva-Stati né "nein" che tengano. Storia di dopodomani. Speriamo solo euro-fantapolitica.

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