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Questo articolo è stato pubblicato il 12 dicembre 2011 alle ore 06:38.

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MARKA Nei tempi ristretti concessi dalla crisi del debito sovrano, il cuore degli interventi varati dal governo Monti batte al ritmo dell'aumento della tassazione. Ma la rianimazione del battito cardiaco nel corpo della crescita economica richiede l'adrenalina dell'imprenditorialità innovativa. E a produrre l'adrenalina è candidata la "Generazione del millennio", quella dei giovani tra i 18 e i 34 anni il cui 50% e più ha già creato un'impresa o ne ha una in cantiere.
L'Irlanda, un piccolo Paese in bilico alla periferia dell'euro, tenta di risalire dal profondo pozzo della crisi affidandosi alla nuova generazione di imprenditori innovativi. La nazione imprenditoriale, come l'ha definita Obama in una sua recente visita a Dublino, mobilita imprenditori, investitori e gente comune per finanziare start up tecnologiche. Seedups, un fondo irlandese di finanziamento di massa ("crowdfunding") ha già raccolto 26 milioni di euro da 900 imprenditori e 400 investitori irlandesi, inglesi e americani.
All'altro capo del mondo, un'altra nazione imprenditoriale, un tempo orso in letargo e ora lepre veloce che copre lunghe distanze commerciali per investire massicciamente in Africa e America Latina, è accreditata dai sondaggi Gallup come leader imprenditoriale emergente. È questa la Cina che cerca il prossimo Steve Jobs e, per questo, ripone nel baule il vecchio vestito che il modello di business disegnato da Deng Xiaoping, il padre della riforma economica cinese, ha prodotto in milioni di esemplari nei tanti laboratori di manifattura con il marchio "Copiato in Cina". Lo sostituisce con quello tutto nuovo dell'"Innovato in Cina", realizzato nei laboratori delle sue scuole e università dove si cambiano i modelli educativi affinché un numero crescente delle nuove leve possa essere indirizzato all'imprenditorialità.
Al pari dell'atomo, l'imprenditorialità si trova in tutte le cose della nostra vita quotidiana. E come l'atomo, l'imprenditorialità è anche nell'aria. Precisamente, nell'aria culturale che pervade una comunità, un Paese. Oggi è l'economia digitale che rende l'aria densa di atomi imprenditoriali. Ed è questa l'atmosfera che si respira nelle nazioni imprenditoriali, dalla piccola Irlanda - che prorompe sui media per le notizie economiche tinte di rosso - alla grande Cina, i cui successi balzano sulle prime pagine. Che siano arenate nelle secche della crisi o navighino a pieni giri, le nazioni imprenditoriali sono accomunate dall'attenzione prestata alla "Generazione del millennio".
È questa la generazione che ha messo in moto un movimento imprenditoriale senza confini geografici, culturali, etnici o religiosi. La sua globalizzazione è dimostrata dai dati della settimana mondiale dell'imprenditorialità, che tra il 14 e il 20 novembre ha coinvolto oltre 100 Paesi, 175 città, 10 milioni di imprenditori o aspiranti tali e 25mila organizzazioni che hanno prodotto 40mila eventi. È a questi giovani che si rivolge il programma Start-up Cile nel tentativo di attrarre dal resto del mondo talenti imprenditoriali con l'offerta di un visto di lavoro e la concessione di capitali per l'avviamento dell'impresa in quel Paese. Negli Emirati Arabi il ministro dell'Università e della ricerca scientifica organizza annualmente il Festival dei pensatori con la partecipazione di premi Nobel, leader intellettuali, imprenditori di fama mondiale e giovani universitari provenienti da decine di Paesi che domani potrebbero utilizzare gli Emirati come hub e centro di gravità digitale per il lancio di imprese globali.
Negli Stati Uniti oltre il 60% dei potenziali imprenditori giovani ritengono che dovrebbe essere una priorità per il Congresso facilitare la natalità imprenditoriale. Gli aspiranti imprenditori non chiedono sussidi, ma accesso all'istruzione necessaria per gestire un business e interventi di politica economica che aumentino le possibilità di successo.
E l'Italia? La nostra è la nazione del posto di lavoro, tanto ambìto quanto incerto e sempre meno remunerato. È anche la nazione dei produttori, eredi di quei nonni e padri che nel pieno dell'età industriale gettarono sul terreno della piccola impresa manifatturiera le fondamenta del miracolo economico italiano. Ma il Paese non è ancora una nazione imprenditoriale immersa nella società della conoscenza e decisamente orientata a sfruttare le tante opportunità di business dischiuse dall'economia digitale. È imprenditoriale la nazione che coltiva nei giovani l'entusiasmo, l'ottimismo, la motivazione, la concentrazione mentale, l'impazienza del "fare da sé e con gli altri". Il nostro sistema d'istruzione tradizionale non svolge questo compito. Il problema di creare scuole e università imprenditoriali è un eccellente punto di orientamento per scoprire dove si annida il disagio dei giovani italiani del millennio.
Scriveva Piero Gobetti che «per fare gli italiani abbiamo dovuto farli impiegati». Per entrare nel novero delle nazioni imprenditoriali che si confrontano con le sfide del XXI secolo, dovremmo fare imprenditori tanti nostri giovani.
piero.formica@gmail.com
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