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Questo articolo è stato pubblicato il 07 febbraio 2012 alle ore 07:56.
L'ultima modifica è del 07 febbraio 2012 alle ore 06:41.

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Vari argomenti sono stati portati in questi giorni per accantonare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori dall'agenda degli interventi di riforma del mercato del lavoro.

Tra questi: il licenziamento per motivi economici esiste già; in un periodo di crisi la mancata copertura dell'articolo 18 condurrebbe a un aumento dei licenziamenti; l'opportunità politica sconsiglia un inasprimento delle tensioni sociali, soprattutto ove si consideri che gli effetti dell'articolo 18 sulla crescita dimensionale delle imprese appaiono modesti. Vale ribattere a questi argomenti e insistere ancora sulla gravità delle inefficienze a cui l'articolo dà luogo.
Il primo argomento: il licenziamento per motivi economici esiste già. Certo. E non potrebbe proprio essere altrimenti. Ma, quando si avanza questo argomento, ci si dimentica di sottolineare che il "giustificato motivo oggettivo" per i licenziamenti individuali della legge 604/66 e gli esuberi di più di cinque lavoratori per i licenziamenti collettivi della legge 223/91 non coprono tutti i motivi economici per la risoluzione di un rapporto di lavoro. I problemi di mercato dell'impresa o la necessaria soppressione, per una qualunque causa oggettiva, di un posto di lavoro non esauriscono i motivi economici di un licenziamento.

Il secondo argomento: gli effetti negativi, in un periodo di crisi come l'attuale, di una revisione dell'articolo. Le tipologie coperte dall'articolo 18 sono i licenziamenti discriminatori, i licenziamenti disciplinari, i licenziamenti economici (per un notevole inadempimento riconducibile a negligenza o imperizia del lavoratore). Ora, non esiste alcun collegamento tra queste tipologie e lo stato generale dell'economia. Poiché il lavoratore licenziato senza giusta causa deve essere tutelato e ogni arbitrio dell'impresa deve essere punito (sperabilmente con modalità più efficienti dell'articolo 18), non si vede perché una revisione dell'articolo possa esporre i lavoratori, in una fase recessiva, a più licenziamenti.
Il terzo argomento: l'inasprimento delle tensioni sociali, non compensato da stimabili modesti effetti positivi sulla crescita dimensionale delle imprese a seguito di una revisione dell'articolo.

Personalmente, non trovo affatto sorprendente che l'articolo 18 abbia avuto un modesto effetto negativo sulla struttura dimensionale delle imprese (anche se tale effetto fosse confermato da dati più aggiornati rispetto a quelli delle analisi oggi disponibili). Non trovo infatti ragionevole supporre che un'impresa con buone prospettive di mercato freni la sua crescita per paura dell'articolo 18. Trovo assai più ragionevole supporre che essa si tuteli dall'articolo 18 sfruttando tutte le flessibilità compensative che l'attuale normativa le mette a disposizione. Gli effetti indiretti dell'articolo 18 sul reclutamento delle imprese non hanno a che vedere con il volume di nuova occupazione creata, ma con le caratteristiche della nuova occupazione, specie se concorrono anche altri elementi a rendere relativamente più onerose le assunzioni a tempo indeterminato.

Le dimensioni del lavoro precario in Italia - oltre 3,5 milioni di persone nella stima di uno studio di Mandrone e Massarelli - sono anche la conseguenza di una disciplina inefficiente dei licenziamenti. Il costo sociale dell'articolo 18, forse immisurabile da qualunque esercizio econometrico, ma ragionevolmente non marginale, è il fattore che dovrebbe attenuare quelle tensioni.
Se le critiche a una revisione dell'articolo non sembrano forti, forti sono invece i motivi per attuarla. In aggiunta agli effetti indiretti sulle politiche di reclutamento delle imprese, vi è una debolezza in punto di principio dell'articolo. Il rendimento del singolo lavoratore può non essere isolabile. È un'eventualità niente affatto eccezionale nel processo produttivo. La giusta causa di un licenziamento economico, per un notevole inadempimento riconducibile a negligenza o imperizia, diventa allora indimostrabile.

La possibilità di una corposa indennità da parte dell'impresa al lavoratore licenziato senza giusta causa, in luogo della riassunzione forzosa imposta dall'articolo 18, tiene conto di questa incertezza e della circostanza che, nell'incertezza, è probabile che il giudizio tenda a essere più favorevole al lavoratore.
Concludendo, superare il singolare intreccio di rigidità e flessibilità delle norme sul lavoro è un passaggio ineludibile per favorire una maggior efficienza del mercato e, dunque, una migliore tutela del lavoro. In questa direzione il Governo appare muoversi. Se si inquadra la revisione dell'articolo 18 in un tale obiettivo - ciò oggi si richiede in particolare ai sindacati - le tensioni possono essere smorzate.

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