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Questo articolo è stato pubblicato il 05 marzo 2012 alle ore 08:00.
L'ultima modifica è del 05 marzo 2012 alle ore 08:12.

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Un macigno, una voragine che inghiotte le risorse pubbliche e costringe a impegnare solo per gli interessi una cifra enorme, 77 miliardi l'anno, secondo gli ultimi dati disponibili. Da quando, e stiamo parlando degli anni Ottanta, il debito pubblico è di fatto raddoppiato, i governi di allora hanno trasferito sulle spalle delle generazioni successive il peso di un macigno che supera e di gran lunga l'intera ricchezza prodotta dal Paese.

Un debito al 120% pone seri problemi di sostenibilità, come abbiamo verificato nelle drammatiche giornate di novembre, quando lo spread tra in nostri BTp e i Bund tedeschi ha toccato la cifra record di 575 punti base. Riusciremo – si chiedono Paolo De Ioanna e Marcello Degni nel libro «La voragine, inghiottiti dal debito pubblico», appena pubblicato da Castelvecchi – uscire dal debito e dalla crisi? Risanare l'Italia e riformare le istituzioni europee è una sfida possibile?

Interrogativi che andrebbero girati direttamente a chi ha in questo momento in mano le chiavi del futuro dell'Europa, la Germania in primo luogo. Gli strumenti ormai sono sostanzialmente consolidati. La nuova disciplina di bilancio traccia un percorso di rientro dal deficit e dal debito che sulla carta non ammette distrazioni. Si potranno certo invocare, è il nostro caso, gli altri «fattori rilevanti», vale a dire la consistenza del risparmio privato e l'effetto delle riforme strutturali già approvate, ma tutto ciò non ci esimerà dal garantire un deficit sostanzialmente in equilibrio e dal ridurre il debito a un ritmo pari a un ventesimo l'anno, fino al raggiungimento del tetto massimo del 60 per cento.

De Ioanna e Degni confermano: si può discutere della velocità del percorso di rientro e delle modalità per raggiungere l'obiettivo, «ma nessuno può negare questa necessità». Ed ecco apparire la grande assente in questi mesi di confusa ricerca del rigore avant tout, in un'eurozona alle prese con una crisi senza precedenti: la crescita. Per ridurre stabilmente il debito senza spingere un Paese sull'orlo del tracollo, la via maestra è agire sul denominatore. Equità, rigore e sviluppo: l'ultimo termine – osservano gli autori – racchiude le misure necessarie per accrescere il denominatore. I primi due quelle per diminuire il numeratore. Il rigore è indispensabile, «ma senza la crescita non vi sono grandi speranze».

La vera sfida che attende l'Europa e il nostro Paese, una volta soddisfatti gli appetiti rigoristi imposti da elettori tedeschi del tutto refrattari a pagare il costo del risanamento di Paesi poco virtuosi, è immaginare un percorso di sviluppo stabile per il Vecchio continente. Sarà tutt'altro che agevole, in un'area unita sotto il segno della moneta ma con sistemi fiscali rigidamente nazionali e priva di un vero governo comune dell'economia. È una scommessa sul futuro, non certo al pari di quelli che De Ioanna e Degni definiscono «vincoli cartacei e ragioneristici», come l'obbligo costituzionale al pareggio di bilancio, con cui «si vorrebbe erigere un'illusoria barriera alla crescita della spesa».

Non è una mission impossible. Dal prossimo anno dovrà essere proprio il bilancio in pareggio a blindare la discesa del debito. Come ha osservato di recente Giuseppe Pisauro su lavoce.info, «ogni variazione del Pil nominale si tradurrà, quindi, in una variazione del rapporto debito-Pil». Con una crescita reale pari a zero nel 2013 e un'inflazione al 2%, il debito scenderebbe dal 120% al 118 per cento. Nel 2014, con il pareggio di bilancio stabilizzato, una crescita reale dell'1% e l'inflazione al 2%, si scenderebbe a quota 114 per cento. E poi lentamente verso la scalata alla vetta.

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