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Questo articolo è stato pubblicato il 14 aprile 2012 alle ore 08:15.

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Ha una eco familiare, ha orecchie italiane, il serrato dibattito scatenatosi tra gli investitori e i blogger finanziari americani dopo la decisione di Google di duplicare il numero delle sue azioni creando una nuova classe di titoli senza diritto di voto. Da noi sono risalenti e diffuse le polemiche sulle azioni che "si pesano" più che essere contate, mentre si è affermata una tendenza sfavorevole verso le azioni di risparmio basate su un "trading" strutturale tra maggiore remunerazione e minore (anzi nulla) voce in capitolo. La logica dei tre fondatori del colosso Internet è sostanzialmente ineccepibile: investire su Google equivale da sempre a investire su di loro, in quando fin dalla quotazione si sono assicurati il controllo attraverso azioni con maggiori diritti di quelle ordinarie. La novità non fa che garantire la perpetuazione di una corporate governance sbilanciata: si tratta solo del rinnovo della cambiale in bianco rilasciata alla loro genialità. Così certe società Internet celebrate come il massimo di innovazione e costrette controvoglia ad andare in Borsa - da Google a Facebook – finiscono per somigliare alle più antiche aziende familiari, con poteri concentrati e inattaccabili. Per Page e Brin, in un settore dove le fortune possono cambiare velocemente, il rischio è essere messi in croce in futuro, se dovessero perdere il loro tocco magico.

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