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Questo articolo è stato pubblicato il 07 settembre 2012 alle ore 07:58.

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A fine luglio ha fatto grande scalpore la notizia che l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (Infn), i cui ricercatori hanno giocato un ruolo fondamentale nella scoperta del bosone di Higgs, rischia di ricevere un colpo mortale e di non essere più in grado di operare a causa di un drastico taglio del budget. Il taglio, grazie alla risonanza che ne è stata data dalla stampa, e al provvidenziale intervento del Presidente della Repubblica, è stato momentaneamente sospeso, pur rimanendo minaccioso all'orizzonte.

La spending review tuttavia si appresta a colpire con altrettanta cieca determinazione alcuni dei più prestigiosi istituti universitari italiani, quali la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, e i Politecnici di Milano e Torino. Anzi per questi istituti, come del resto per l'Infn, il taglio di bilancio sarà ancora più severo che in altri casi.
Viene naturalmente da chiedersi come mai proprio le istituzioni che godono di maggior prestigio internazionale, che attirano i migliori ricercatori e docenti dall'Italia e dall'estero, i cui studenti, selezionati e formati con particolare rigore trovano posto nei migliori istituti di ricerca di tutto il mondo, siano considerate sconsideratamente "spendaccione" e meritevoli pertanto di un drastico taglio dei fondi del Ministero, anzi di tagli maggiori della media delle università e enti di ricerca.

A monte di questo risultato, contrario al buon senso, stanno i metodi e i parametri utilizzati per definire quello che viene chiamato "eccesso di spesa", sulla base del quale vengono poi proposti i tagli di bilancio. Alcuni esempi sono sicuramente utili per spiegare l'arcano.
Le istituzioni sotto tiro hanno perseguito negli anni una politica parsimoniosa e virtuosa nelle assunzioni di personale, il cui costo è rimasto particolarmente basso, in alcuni casi meno del 50% del bilancio, un record rispetto a altre amministrazioni pubbliche, dove il costo del personale si avvicina, o perfino supera, il 90%. Con un costo basso del personale a tempo indeterminato, si possono utilizzare i fondi rimanenti per investimenti in attrezzature scientifiche o per contratti di ricerca a tempo determinato, per attirare bravi ricercatori dall'estero e anche per far rientrare i "cervelli" fuggiti all'estero. Dunque un' operazione doppiamente virtuosa. Tuttavia sembrerebbe che i tecnici "esperti" della spending review abbiano usato il criterio della spesa pro capite. Dunque un'università che spenda solo il 50% in personale e il restante 50% lo dedichi a investimenti in infrastrutture scientifiche, risulterà aver speso 5 volte di più a testa per infrastrutture e quindi va "sistemata” con un bel taglio al bilancio.

Inoltre le università migliori, avendo una maggiore capacità di attrazione di fondi sia dall'Unione Europea che da privati, aiutano il sistema pubblico con un'iniezione nel sistema di risorse esterne sia per il personale che per le strutture di ricerca. Naturalmente spendono i fondi che sono riusciti a procacciarsi all'esterno per la ricerca, ma dal famigerato codice utilizzato risulta solo la spesa e non la sorgente dei fondi e quindi risulteranno tanto più spendaccione, quanto più investiranno in laboratori sperimentali, strumentazione e nelle spese relative. Risultato paradossale: i tagli maggiori saranno applicati, come è facile verificare, proprio a quegli istituti che hanno basso costo di personale, maggiore attrattività di fondi esterni per la ricerca, maggiori investimenti in infrastrutture. Un risultato di cui andar fieri non c'è dubbio.
Si potrebbero citare molte altre incongruenze nei criteri della spending review applicata agli enti di ricerca e università, tuttavia quelli riportati ci sembrano già sufficienti a mostrare la necessità di un'inversione di rotta.

Nessuno vuole privilegi, e siamo tutti coscienti della necessità di fare sacrifici per far ripartire il Paese. Tuttavia ci deve essere una razionalità nei tagli altrimenti si rischia di distruggere quel patrimonio immateriale di competenze scientifiche e tecnologiche essenziale proprio a rilanciare l'economia italiana. Non è un caso che la Germania, mentre tagliava il bilancio pubblico, aumentava gli investimenti in istruzione e ricerca, con i risultati che ognuno può verificare, per non parlare di altri paesi come la Corea del Sud, la Cina, o l'India. Ci ha colpito una frase del Presidente dell'Infn, professor Fernando Ferroni, che facciamo nostra: basta un decreto per distruggere un ente (scuola accademica, università) di eccellenza, ma potrebbero essere necessarie molte generazioni, e aggiungiamo non è sicuro che ci si riesca, per recuperare l'eccellenza perduta.
Quindi non possiamo non lanciare un appello in difesa degli enti e università minacciati da tagli decisi con criteri incomprensibili e metodi di valutazione errati che nessun Paese a economia sviluppata, e con una solida tradizione scientifica e tecnologica, mai applicherebbe.

* Rettore della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa
**Direttore della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste

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