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Questo articolo è stato pubblicato il 19 settembre 2012 alle ore 08:22.

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Se la politica italiana deve fronteggiare un rifiuto populistico nei suoi confronti, nello stesso tempo deve fare i conti con una spaccatura ancora più insidiosa, quella con settori considerevoli dell'establishment del Paese. Nessuna democrazia può funzionare senza il consenso dei cittadini.

Ma neppure contro l'opinione di quegli individui e gruppi che contribuiscono a stabilire l'agenda economica, amministrativa, culturale del Paese. L'establishment, appunto, le cui risorse pesano, mentre i voti dei cittadini contano.
La frattura tra politica ed establishment è esistente da tempo, anche se è emersa con crudezza nell'ultimo periodo. Di cosa si tratta? Da un lato, c'è la politica che rivendica legittimamente la sua autonomia decisionale. La competizione tra i partiti è necessaria per dare ai cittadini la possibilità di scegliere tra programmi alternativi. Dall'altro lato, c'è l'establishment che legittimamente teme l'instabilità che potrebbe derivare dal ritorno a una competizione elettorale irresponsabile. Un Paese, come il nostro, con il secondo debito pubblico di Europa e tra i più alti nel mondo non può che avere un interesse alla responsabilità finanziaria. Lo stesso pareggio di bilancio, che ora dovremmo rispettare anche per ragioni costituzionali, non riuscirà a proteggerci dalle perturbazioni finanziarie fino a quando non verremmo a capo del debito pubblico. Ciò significherà una riduzione costante e prolungata della spesa pubblica che poco o punto si concilierà con la logica della competizione elettorale.

Dopo tutto, il consenso elettorale non si consegue promettendo sacrifici. Questa frattura si esprime attraverso due esigenze opposte: l'esigenza della politica di andare "oltre Monti", quella dell'establishment di dare vita al "Monti bis". Come se ne esce?
Riconoscendo la legittimità delle due esigenze. Nessuno (nell'establishment) può pensare che la democrazia italiana possa trasformarsi in una tecnocrazia. Ma nessuno (nella politica) può pensare di ritornare a fare le cose come prima. Le elezioni della primavera del 2013 debbono celebrare il ritorno alla competizione politica, ma occorre essere consapevoli che esse potrebbero costituire anche un grande rischio politico per il Paese. Se si ha questa doppia consapevolezza, allora i partiti/coalizioni (dipenderà dal sistema con cui si voterà) dovrebbero soddisfare alcune condizioni. Primo. Dire con chiarezza quale Europa hanno in mente, quali sono i loro riferimenti politici in Europa, quali impegni europei accettano o rifiutano, cosa vogliono fare della moneta comune.

Secondo. Presentare un programma di governo che individui dieci (dieci) priorità di politica nazionale, precisando mezzi e risorse con cui realizzarle nel contesto del vincolo del pareggio di bilancio interno e dei vincoli finanziari esterni.
Terzo. Definire con precisione la loro posizione relativamente alle tre principali azioni del Governo Monti: la riforma del mercato del lavoro, la riforma delle pensioni e il contrasto dell'evasione fiscale. Se propongono di riformare le riforme, debbono spiegare quali alternative propongono per raggiungere gli scopi che si era prefissato il Governo Monti. Quarto. Accettare di sottoporre i propri programmi alla valutazione di una commissione di esperti (non di parte e possibilmente non italiani) che discuta pubblicamente le loro implicazioni finanziarie, amministrative e sociali. Non si tratta di sottoporre i partiti a una commissione d'esame, ma di aiutare il dibattito elettorale a focalizzarsi sui contenuti e non sugli umori. I problemi che il Paese deve affrontare richiedono competenze tecniche di cui il cittadino non può disporre. Come avviene in altre democrazie, questi panels possono fornire informazioni utili per gli elettori. E allo stesso tempo responsabilizzare i partiti.

Se la politica ha perso la fiducia di molti cittadini, ha perso anche quella di coloro che contano nelle varie sfere della società. Non ha senso denunciare il populismo, quando non si è stati capaci di restituire credibilità alla politica. Così non ha senso denunciare i poteri forti, quando non si è stati capaci di impedire al nostro Paese di giungere sull'orlo del baratro finanziario. Se occorre un nuovo patto tra politica e cittadini, occorre anche una nuova responsabilità della politica nei confronti delle sue classi dirigenti. Nella primavera del 2013, non ci dovrà essere una campagna elettorale gridata, astiosa, personalizzata. Al punto in cui è giunta l'Italia, non interessa stabilire chi ha fatto più disastri nel passato, ma interessa conoscere i rimedi che si propongono per uscire da quei disastri. E su questa base, quindi, ognuno darà il proprio voto.

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