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Questo articolo è stato pubblicato il 08 febbraio 2013 alle ore 07:50.

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La tempesta valutaria annunciata dalla svalutazione dello yen ripropone il tema, acuito dalla crisi mondiale, dei rapporti di cambio fra le monete. Si sottolinea l'incongruenza di un'economia europea debole cui corrisponde una moneta estremamente forte.

La causa delle sostanziali anomalie di tale moneta è nella mancanza di deleghe politiche alla Ue per la gestione dell'euro, risultando chiaro che l'attribuzione delle competenze tecniche alla Bce non esaurisce le prerogative di uno Stato sovrano nelle scelte sulla gestione della moneta nazionale e nelle relazioni con gli altri Stati nella determinazione "politica" del rapporto di cambio delle monete. Ecco il problema. Perché la Ue non è uno Stato né un'unione di Stati: esercita una sovranità parziale, non ha deleghe assolute nemmeno nella politica economica e monetaria ed è caratterizzata da diversità, in un mercato "unico" solo per definizione, che vanno dalla fiscalità, alla misura dell'occupazione, al welfare. Ci vorrebbe un governo centrale, eletto dal popolo e non formato dai capi dei governi nazionali, ciascuno con poteri di veto. A tale risultato si arriverà solo nel lungo periodo, con una nuova costituzione.

Le difficoltà sono complicate dal fatto che l'euro riguarda solo 17 Stati della Ue. Ne conseguono ulteriori squilibri, determinati dai rapporti di cambio dell'euro con le monete nazionali degli altri 10 Stati membri fuori dall'euro. In assenza di scelte convergenti degli Stati della zona euro, la determinazione del cambio dell'euro con ciascuna di tali monete è lasciata allo Stato membro della zona non-euro.
In un mondo con interconnessioni senza confini, il tasso di cambio dell'euro è determinato da altri Stati, persino interni alla Ue, ed è sovravalutato. Nessuno dei 17 Stati può avere il controllo politico e ogni decisione sull'euro, compresa quella sul rapporto di cambio, richiede il voto unanime dei 17 Stati. La rigidità di regole fa sì che un solo Stato, di fatto egemone, sia in grado di impedire alcuna decisione modificativa del tasso di cambio. La mancanza di azione, come l'azione e l'eventuale fase conflittuale con gli altri Stati, trova soluzione nelle relazioni di politica internazionale fra tali Stati, senza che le motivazioni sottostanti siano rese di pubblico dominio. Considerando le relazioni fra Germania e Usa, il rapporto di cambio euro/dollaro rappresenta un aspetto di ragioni (o interessi), non necessariamente di ordine economico, che fanno accettare alla prima la persistenza dell'ampia sottovalutazione del dollaro; con il duplice effetto, anche a danno delle imprese tedesche, di ostacolare le importazioni in Usa come in tutti i Paesi la cui moneta è nell'area del dollaro e di favorire le esportazioni delle imprese americane in Europa e nel mondo.

In tale contesto si è presentata la crisi dei debiti sovrani, attinenti ai prestiti obbligazionari emessi in euro da taluni Paesi (periferici) dell'area euro: la necessità di uno Stato indebitato alla riemissione dei prestiti alle scadenze naturali ha determinato lo spread nel confronto coi Bund della Germania; con l'effetto perverso che la moneta comune assume una valenza reale diversa da Paese a Paese della stessa area monetaria, incidendo negativamente sull'economia dei Paesi sotto attacco e creando un vantaggio per il minor costo del danaro per le imprese degli altri Paesi della zona euro. In tale situazione, se non si può pretendere dalla Ue, priva di reale unità politica, una solidarietà che comporti la garanzia dei debiti altrui da parte di altri Stati della stessa area monetaria, si possono esigere misure che garantiscano l'esercizio indiscriminato nell'intera Unione delle quattro libertà fondamentali.
Il fondo salva-Stati (Esm) non risolve il problema del rilancio dell'Europa. Il tasso di cambio dell'euro, gonfiato rispetto al dollaro, non è più tollerabile per le imprese e un responsabile governo europeo non può non cercare di ottenere e difendere un più corretto posizionamento dell'euro nell'economia mondiale.

Che dire del cambio euro/sterlina? È accettabile che le imprese britanniche che vendono servizi finanziari e assicurativi nel mondo si giovino delle oscillazioni di cambio della sterlina, con picchi di oltre il 30% rispetto all'euro?
Costituisce un precedente la svalutazione del franco svizzero rispetto all'euro, realizzata nel settembre 2011, accompagnata dal successo della conseguente politica monetaria che ha garantito la tenuta della forbice di cambio, allora indicata come il limite sopportabile dalle imprese elvetiche. La svalutazione dello yen, decisa dal Giappone, rende attuale il tema dei possibili interventi della Ue sull'euro.
L'andamento delle economie europee giustificherebbe la pretesa di un riequilibrio dell'euro con le monete di quei Paesi emergenti (Brics) con economie in crescita. Rispetto al dollaro, la lenta ripresa dell'economia Usa non giustifica una biforcazione così pronunciata nel cambio, lontana dalla parità che accompagnò gli inizi dell'euro. Quanto alla sterlina, la soluzione sta nel rendere obbligatorio per gli Stati fuori dall'euro il sistema dell'Erm II, analogo allo Sme che, definito il cambio con l'euro, preveda una banda di oscillazione in percentuale contenuta.

Sono le imprese degli Stati colpite dallo spread ad esigere i cambiamenti! Per l'Italia non bastano i sacrifici: senza la leva monetaria, si allontanano le prospettive di rilancio dell'economia. Un riallineamento dell'euro rispetto al dollaro e alle monete dell'area del dollaro (compreso lo yuan cinese) darebbe ossigeno alle nostre imprese e mostrerebbe che la gran parte della Ue che si identifica nei 17 Stati della zona euro è compatta nell'affrontare la crisi. Non sembra un argomento serio il ventilato richiamo all'idiosincrasia che la Germania avrebbe per la svalutazione monetaria, frettolosamente assimilata all'inflazione. Anche gli interessi politici di quel Paese nei rapporti con gli Usa non possono non trovare un limite davanti a interventi necessari alla sopravvivenza della realizzazione europea.

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