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Questo articolo è stato pubblicato il 23 marzo 2013 alle ore 08:25.
L'ultima modifica è del 23 marzo 2013 alle ore 10:03.

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L'Italia è entrata in un circolo vizioso pericolosissimo, come mostra il continuo peggioramento dei dati e delle previsioni economiche. L'effetto congiunto del deficit pubblico, della flessione dell'attività produttiva e dell'elevato livello toccato dalla pressione fiscale, cui ora si aggiunge anche l'erosione progressiva della base produttiva, mette il debito pubblico italiano su un sentiero esplosivo. Dal punto di vista dell'analisi economico-finanziaria, il giudizio del Presidente della Bundesbank dei giorni scorsi sull'insostenibilità nel medio termine del debito pubblico italiano rischia di essere esatto. Deve essere chiaro che, se l'economia non riparte, solo il sostegno della Banca centrale europea rinvia la crisi del debito pubblico italiano.
In queste condizioni, l'Italia non ha scelta: deve cambiare radicalmente la propria politica economica e farlo al più presto, perché gli ultimi sentieri di sostenibilità si vanno chiudendo. In questo senso la discontinuità imposta dalla fine della legislatura diventa l'occasione da non perdere.
È indispensabile un cambiamento di paradigma da una politica dell'offerta a una politica della domanda. Serve un programma macroeconomico ad hoc composto da una serie di tasselli in precisa sequenza, in grado di rovesciare la situazione da una flessione che in questo momento è dell'ordine del 2,5% rispetto a un anno fa, a un aumento del Pil dell'ordine del 2% entro il marzo 2014, fermando così la corsa del debito e della disoccupazione. Questi passi possono essere spiegati e descritti uno per uno, ma spetterà al nuovo Governo attuarli, senza dare tempo alla speculazione di organizzarsi. In estrema sintesi si tratta di indurre, con tecniche macroeconomiche sofisticate e sperimentate, un cambiamento generalizzato e simultaneo delle aspettative individuali di reddito futuro tale da far ripartire l'economia.

Un cambiamento di politica dalla offerta alla domanda è un cambiamento radicale. Ma non per questo esso deve apparire ed apparirà come una rottura nei confronti dell'Europa. Non appena la nuova politica comincerà a mostrare i suoi frutti, l'Europa comprenderà che la svolta era necessaria per affermare che l'Italia è e vuole restare in Europa.
D'altra parte, nessuno potrà dire che l'Italia non abbia fatto disciplinatamente finora ciò che l'Europa le ha chiesto. A partire dalla fase finale del Governo Berlusconi, poi in modo ancora più netto con il Governo Monti, l'Italia si è attenuta alle analisi ed alle indicazioni di politica economica provenienti dall'Unione europea. Ha fatto propria la priorità dell'obiettivo del riequilibrio dei conti pubblici, ha accettato di anticipare al 2013 il raggiungimento del pareggio del bilancio, ha indirizzato tutti gli strumenti di politica fiscale a questo obiettivo.
Queste indicazioni europee, espressione di un rifiuto quasi ideologico delle politiche della domanda, si basavano sull'idea che le manovre di correzione della finanza pubblica avessero effettivi recessivi molto contenuti e che dunque fosse possibile raggiungere rapidamente il riequilibrio dei conti con un limitato sacrificio della crescita e dell'occupazione. L'andamento dell'economia italiana (come anche quello della Grecia, del Portogallo e della Spagna) dimostra che l'impostazione europea è sbagliata e che, aldilà del successo nell'attenuare l'attacco speculativo in corso nella parte finale del governo Berlusconi, essa ha portato ad aggravare drammaticamente i problemi del Paese.

Valgono qui le cifre: nel presentare il decreto-legge Salva Italia il Governo Monti aveva indicato l'obiettivo di un deficit di bilancio dell'1,6% per il 2012 e del pareggio del bilancio nel 2013 ed aveva previsto una modesta flessione del Pil nel 2012 dello 0,4% seguita da una netta ripresa nel 2013. A consuntivo, la flessione del reddito per il 2012 sarà sei volte peggiore (-2,4% secondo le prime stime dell'Istat) e sarà seguita quest'anno da un'ulteriore flessione del reddito stimata attualmente fra il -1% (Banca d'Italia), il -1,4% (Confindustria), e il -1,8% (Fitch). Quanto al deficit, secondo le stime della Banca d'Italia, esso si è attestato per il 2012 al 3,1% un livello superiore persino al valore tendenziale del 2,5%, previsto dal Governo in assenza della manovra Salva Italia. Il debito pubblico doveva scendere al 114% nel 2015 ma si attesta già oggi a quasi il 130%. Le previsioni continuano a essere riviste in peggio. Sono le cifre di un disastro che il Governo Monti non ha neppure tentato di spiegare e men che meno giustificare.
Ecco perché è venuta l'ora di cambiare. Fra i problemi che si porranno nel corso delle consultazioni del Presidente della Repubblica, in vista della formazione del nuovo Governo, oltre alle difficoltà politiche di individuazione di una maggioranza parlamentare, vi è dunque il problema della politica economica. Uomini e programmi debbono rappresentare la garanzia che si è cambiato strada e si sta imboccando quella giusta.

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