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Questo articolo è stato pubblicato il 03 aprile 2013 alle ore 07:05.

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Nelle valutazioni di "Crescere si può - il progetto di Confindustria per l'Italia", si stimano importanti risparmi di denaro pubblico - fino a 10 miliardi - dall'estensione della quota di spesa pubblica intermediata da Consip dai 29 miliardi di oggi a 100 miliardi. Razionalizzare e risparmiare sugli acquisti della Pa è una priorità della lotta agli sprechi ed alle ruberie, ma nel contempo sarebbe importante intervenire anche sull'anomalia della partecipazione delle Pmi agli appalti pubblici.

Tra i grandi Paesi europei, l'Italia ha la maggior differenza tra la quota delle piccole imprese nell'economia e la loro percentuale di successo negli appalti pubblici. In quasi tutti i paesi Ue le Pmi vincono meno gare pubbliche rispetto alla loro quota di Pil, ma in Francia il divario è del 7%, nel Regno Unito del 25, mentre da noi siamo a meno 33 percento. La solita Germania è riuscita ad equilibrare il peso delle Pmi negli appalti con quello nell'economia, mentre noi non ci siamo neppure avvicinati a quell'obiettivo nel decennio passato.
Si dirà che le piccole tedesche sono in media assai più grandi delle nostre Pmi: vero, ma occorre chiedersi anche se una diversa concezione e politica degli appalti pubblici potrebbe concorrere ad una evoluzione anche dimensionale di molte nostre imprese. Ed il punto forse è proprio questo, ovvero se l'Italia abbia preso sul serio l'obiettivo europeo di non discriminare le Pmi nella gare pubbliche, oppure no.

Gli ostacoli per le Piccole sono quasi naturali nel "mercato" degli appalti: difficoltà ad ottenere le informazioni sulle gare, più elevati costi amministrativi in proporzione, dimensioni troppo elevate dei contratti, necessità di rilevanti garanzie finanziarie. Proprio per questo la Commissione suggerisce di adottare una serie di strategie per ridurre o compensare questi svantaggi, e per incoraggiare lo scambio di Best Practices tra Paesi Membri: il tutto recepito dallo Small Business Act adottato nel 2008. Nel dicembre 2011, inoltre, la Commissione ha dichiarato che l'inclusione delle Pmi nel sistema degli appalti pubblici è uno dei cardini della strategia "Europa 2020" per la creazione di nuove opportunità d'impiego nell'Unione.

Centralizzare gli acquisti porta spesso grandi vantaggi, tipicamente nel caso di grandi quantità di beni standardizzati, ma ne può portare meno nei casi di acquisto di servizi diffusi sul territorio, quali la manutenzione degli edifici pubblici o la pulizia delle scuole. Il rischio nel caso di servizi diffusi sul territorio è invece quello di ridurre la concorrenza e di creare rapporti perniciosi di sub-appalto tra imprese medio-grandi che vincono le gare grazie magari ai fidi bancari, e piccoli sub-fornitori che prestano il servizio "reale" ad un prezzo assai inferiore. In altri Paesi, si è intervenuti con decisione per bilanciare queste conseguenze negative. Negli Stati Uniti, c'è un impegno a livello federale affinché almeno il 23 percento di ogni capitolo di bilancio destinato agli appalti vada alle Pmi. Inoltre, la Small Business Administration ha il potere di negoziare con i Dipartimenti federali affinché le loro gare d'appalto prevedano la massima partecipazione possibile - e ad opportunità almeno pari - per le piccole imprese. Nelle intenzioni di Obama, le Pmi saranno al centro della strategia industriale nel secondo mandato, e la politica degli appalti pubblici sarà un cardine di questo disegno. In Europa, molti governi si sono già mossi nella direzione di ampliare l'accesso delle PMI agli appalti (Olanda), o lo stanno facendo (Regno Unito).

Per le Pmi italiane, invece, gli appalti pubblici restano una nota dolente: oltre alla scarsa partecipazione, soffrono infatti più delle altre per i costi del contenzioso amministrativo, e per i cronici ritardi nei pagamenti della Pa. La direzione indicata in "Crescere si può" è quella giusta, ma a patto di favorire la più ampia partecipazione delle Pmi, semplificando e riducendo gli oneri burocratici.

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