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Questo articolo è stato pubblicato il 13 agosto 2013 alle ore 06:43.

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All'epoca in cui il giornalismo era una scelta di vita e non un impiego, nella Napoli che si curava le ferite della guerra e cercava un suo riscatto nella cultura, il giovane Nello Ajello (scomparso domenica scorsa a 82 anni), apparteneva a quella borghesia partenopea che guardava a Londra per stili di vita e senso della misura. I giovani più facoltosi, a quei tempi, spedivano le camicie in alcuni laboratori di Savile Row per ottenere la giusta stiratura e inamidatura.

Ci piace oggi pensare che anche Ajello, maestro di giornalismo per intere generazioni, l'abbia fatto almeno una volta in vita sua seguendo l'esempio di quella "casta" di anglopartenopei che amavano tantissimo la loro città e proprio per questo odiavano tutta la falsa retorica sulla Napoli da cartolina rifugiandosi nel rigore londinese. Ajello girava per i vicoli della sua città in sella a una vecchia Lambretta insieme alla futura moglie Giulia, adorata compagna di una vita, scomparsa solo due settimane fa. Una storia bella e triste di affetti durevoli che si nutrono a vicenda quella di Nello e Giulia che richiama alla memoria tante "morti gemelle" prima fra tutte quella di Giorgio e di Germaine Amendola.

In quell'incrocio tra cultura e meridionalismo (ma soprattutto grande scuola di giornalismo) che fu la rivista "Nord e Sud" di Francesco Compagna, Nello Ajello divenne non ancora trentenne primo segretario di redazione. Un compito che oggi i giornali-azienda hanno "derubricato" a compiti quasi totalmente amministrativi anche se nobilitati spesso da improbabili anglicismi come "managing editor". All'epoca si trattava, invece, di funzioni cruciali nella fattura del giornale con interlocuzione diretta con i redattori sui temi assegnati. Leggerezza e ironia erano le sue caratteristiche principali. Di paragoni ne sono stati fatti molti. Un Flajano con meno battute fulminanti ma più incisivo nella lievità della descrizione, una Cederna uomo senza l'aggressività e ferocia della giornalista milanese. Non per questo gli era sconosciuta la passione civile e la forza emotiva che seppe esercitare, da grande interprete del Novecento, sul Mondo di Pannunzio e poi sull'Espresso di cui fu per anni condirettore con Livio Zanetti prima di approdare come editorialista a Repubblica. Scriveva di tutto ma con eleganza e precisione, affreschi di costume, cultura e politica. Si ricorda ancora una grande inchiesta dal titolo "Cronache di Napoli Shanghai", un ritratto della Napoli più vera e popolare, essenziale e senza cedimenti, racconto impietoso.

In lui si fondevano due doti che nel giornalismo di oggi sembrano destinate a diventare quasi due professioni diverse e incomunicabili tra loro: la scrittura e la "macchina". Ajello, a sentire chi vi ha lavorato a fianco, sapeva dare il meglio in entrambi i ruoli, interpretando con ironico distacco anche gli argomenti più seri. Aveva imparato le regole dell'azienda (e della grande fabbrica culturale) da Adriano Olivetti a Torino. Quando un suo amico gli chiese perché si trasferiva in quel "paisiello" del Piemonte rispose che se avesse potuto sarebbe andato a Stoccolma o a Helsinki «ma purtroppo di quei posti non conosco la lingua»".

Nel tempo del giornalismo fast food, il giornalismo colto e brillante di Nello Ajello, ha ricordato il segretario della Federazione della stampa, Franco Siddi, «risplende di luce perenne». Unico rammarico per i giovani giornalisti che non l'hanno conosciuto non poter più contare su maestri del suo stampo.

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