Storia dell'articolo
Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 15 agosto 2013 alle ore 15:20.

My24

Beni e attività culturali hanno bisogno dell'apporto di donazioni private. È un messaggio che emerge sempre più chiaro, nel dibattito. La crisi sta vincendo quella che sembrava una battaglia ideologica impossibile: sdoganare i privati.

Il patrimonio italiano, anziché rendite, produce costi. Iniziative come il Manifesto per la cultura, promosso da questo giornale, hanno cambiato i termini della discussione, suggerendo che da un cambio di passo nel vasto campo della "cultura" il nostro Paese non può prescindere. La percezione diffusa, corroborata da tante testimonianze di gestione cattiva per carenza di mezzi o di progettualità, è che stiamo sprecando opportunità.
Proprio a questo proposito, è importante che quest'improvviso innamoramento per il privato non si limiti a una riaffermazione del principio "pecunia non olet". In molti cominciano a guardare con ammirazione al modello americano, che nel 2011 è riuscito a portare in pancia al non profit quasi 300 miliardi di dollari, per il 5% provenienti dai budget delle aziende, per il 14% frutto di stanziamenti di fondazioni, e per il resto, in diverse modalità, arrivati direttamente dal portafoglio di singoli individui. Il 4% va a finanziare beni e attività culturali di vario genere. Questa massa di quattrini beneficia di una forma di sostegno indiretto da parte dello Stato, tramite deduzioni fiscali.
La capacità degli enti culturali di attrarre contributi privati non è solo un sottoprodotto di opportuni incentivi fiscali. La provenienza del denaro cambia la logica del contributo. Pur nel mutato clima che pare essersi affermato nel nostro Paese, l'idea di fondo sembra essere che il privato è cordialmente invitato a sanare i buchi di bilancio. Al contrario, negli Stati Uniti la capacità di attrarre fondi è parte integrante di un modello imprenditoriale di gestione delle attività culturali. Il buon fund raising, per così dire, comincia alla biglietteria. Sarebbe sbagliato pensare che anche il mecenatismo di alcuni grandi filantropi prescinda dai "prodotti" che effettivamente teatri e musei dimostrano di essere in grado di realizzare.

L'osmosi col settore privato porta a pensare diversamente il modo in cui queste istituzioni operano, introduce al loro interno una logica anche economica che alla cultura fa bene: in primo luogo, perché le porta a leggere le esigenze e i bisogni del pubblico esattamente come un'azienda fa con quelli dei suoi consumatori.
Attrarre maggiori finanziamenti privati è una necessità - ma è davvero possibile arrivino, se non cambiano le modalità di gestione? Esiste di certo un privato, tipicamente le grandi aziende, che cerca la deduzione fiscale e l'esposizione del marchio. Ma alla cultura servono piuttosto investitori "attivi", che aiutino i gestori del nostro "patrimonio" a recuperare efficienza e attrattività. Serve un privato "partner", guai se ci accontentiamo di un privato "bancomat".
È una logica che purtroppo emerge anche nelle piccole cose: il 5 per mille per i beni culturali finisce al ministero, impedendo pertanto che i singoli possano scegliere a quale ente destinarlo. Il sottosegretario Borletti Buitoni è intervenuta più volte, in merito. Donatori, grandi e piccoli, "aiutano" il sistema, quando decidono di finanziare Tizio e non Caio: solo così emergono chiaramente le strategie migliori, che Caio può apprendere dai successi di Tizio. La libertà del pubblico pagante non può essere un fastidio - neppure per chi lo vuole educare.

Shopping24

Dai nostri archivi