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Questo articolo è stato pubblicato il 17 agosto 2013 alle ore 08:30.

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Con tutti i problemi che oggi affliggono l'economia mondiale, l'inflazione sembra l'ultima delle preoccupazioni. Liquidare l'inflazione come "il problema di ieri" potrebbe compromettere gli sforzi fatti dalle banche centrali per affrontare i nodi più pressanti e agevolare la ripresa dell'inflazione. Comprendere come è stata domata la grande inflazione scoppiata tra la fine degli anni 60 e l'inizio degli anni 80 offre insegnamenti importanti e dà idea dei pericoli.

La prima lezione è sulle aspettative. Dopo la Seconda guerra mondiale, il pensiero economico era dominato dalla dottrina secondo cui l'inflazione dovesse essere barattata con l'occupazione, in base alla relazione di William Phillips nel 1958. Ma la curva di Phillips ha mostrato scarsi risultati negli anni 70 quando molti Paesi hanno sperimentato la stagflazione.

Milton Friedman e Edmund Phelps sostenevano che la curva di Phillips rappresentasse una relazione nel breve periodo. E poi, economisti "neoclassici" come Robert Lucas e Thomas Sargent hanno dimostrato che una volta che le persone comprendono che l'inflazione è manipolata per generare ottimismo, gli interventi delle autorità monetarie perdono efficacia. Ne conseguono rialzo dei prezzi e poco lavoro.

Queste idee, combinate con una pratica come quella della Fed sotto la direzione di Volcker, hanno condotto molti Paesi verso un regime più esplicito di inflation targeting, in cui le banche centrali stabilizzano le aspettative inflazionistiche impegnandosi in modo credibile a mantenere la stabilità dei prezzi. Negli anni 90 l'inflazione era un problema passato per le economie avanzate.

Oggi la Fed gioca di nuovo sulle aspettative. Per debellare la minaccia di deflazione e depressione, sta fissando un tasso di disoccupazione più basso, inferiore al 6,5%. Vicini a questo target, il presidente della Fed Bernanke ha annunciato a fine maggio che la Fed avrebbe iniziato a "moderare" gli acquisti di titoli a lunga scadenza noti come allentamento monetario o quantitative-easing (Qe).

Quella prospettiva ha già suscitato una rinnovata volatilità dei mercati. A luglio Bernanke ha detto che la Fed non avrebbe abbandonato gli stimoli monetari.
Questa posizione riflette il doppio mandato della Fed: la politica monetaria si pone come obiettivo l'occupazione massima in linea con la stabilità dei prezzi. Ma è difficile raggiungere la credibilità necessaria per ancorare le aspettative quando due target vengono perseguiti contemporaneamente. La conseguente incertezza potrebbe scatenare una maggiore volatilità, soprattutto nei mercati obbligazionari, impedendo potenzialmente la ripresa economica (ad esempio, spingendo al rialzo i tassi dei mutui a lunga scadenza) o aumentando il rischio di inflazione.

La credibilità associata al solo perseguimento del target di inflazione si costruisce da sola. Sarebbe più efficace che la Fed e le banche centrali perseguissero un solo target di inflazione e utilizzassero il vantaggio della credibilità per sostenere la ripresa.
Vi è una seconda lezione dalla grande inflazione: l'importanza della disciplina fiscale per la stabilità dei prezzi. Gli Usa pianificano di moderare il Qe quando l'economia cresce rapidamente, la disoccupazione è più bassa e le entrate di governi e famiglie sono in aumento. Ma le entrate fiscali aumenteranno in modo abbastanza rapido da controbilanciare la crescita dei costi necessari per ripagare il debito? La migliore cura sarebbe un'inflazione più alta e controllata - incremento temporaneo del target di inflazione - per erodere il valore reale del debito e prevenire il rischio di uno shock inflazionistico più dannoso poi.

Se questo approccio potrebbe funzionare negli Usa, la Bce è istituzionalmente impossibilitata ad aumentare il target di inflazione. Sebbene la sua promessa di acquistare una quantità illimitata di titoli di debito a breve scadenza abbia tranquillizzato i mercati, l'attivazione delle Omt (Outright monetary transactions) da parte della Bce dipende dalla stretta fiscale. Quindi le economie dell'Eurozona strangolate dalla crisi non possono crescere.

In questo contesto i Paesi molto indebitati dell'Eurozona dovranno indurre i creditori ad accettare una ristrutturazione del debito pubblico. Sarebbero preferibili in alternativa svalutazioni tese a incentivare la crescita. Ma se tarderanno, la ristrutturazione del debito sarà necessaria. Nei prossimi anni l'Europa sembra destinata a passare dalla padella alla brace, ossia dalla depressione all'elevata inflazione.
(Traduzione di Simona Polverino)
© PROJECT SYNDICATE, 2013

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