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Questo articolo è stato pubblicato il 17 agosto 2013 alle ore 08:35.

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«Il Consiglio dei Ministri ha approvato, su proposta del presidente del Consiglio, Enrico Letta, e del ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, l'esame preliminare del decreto presidenziale di un regolamento riguardante una riorganizzazione del ministero dello Sviluppo economico ... (che) si fonda sulla eliminazione della articolazione per dipartimenti (attualmente il ministero si articola in 4 dipartimenti: Impresa, Comunicazioni, Energia e Coesione) e sulla istituzione, quale figura di coordinamento organizzativo e funzionale, del segretario generale ... (che) coordinerà 17 direzioni generali operative». Così recita il comunicato web legato al 19° consiglio dei Ministri del Governo Letta, di qualche giorno fa.

Si è trattato dell'ennesima occasione persa per creare anche da noi, come è il caso della Small Business Administration dal 1953 per gli Stati Uniti, un ministero o un'agenzia indipendente per la piccole e medie imprese che risponda direttamente al capo del Governo? In passato è sempre stato così.

Le grandi imprese non hanno bisogno di un ministero dedicato a loro: trattano da pari a pari con le banche, anzi sovente dettano le loro condizioni agli istituti di credito e intervengono nella governance. Hanno semmai bisogno di un fisco meno vorace, di pochi interlocutori ben definiti e chiare regole per definire i loro investimenti, e di una seria e costante azione di diplomazia economica sui grandi scenari planetari.
Sono le piccole, invece, che hanno bisogno di una agenzia pubblica che le tuteli dagli abusi di posizioni dominanti sul mercato e dagli abusi della Pa, e le coordini per cogliere meglio le opportunità di affari ove necessario. È abbastanza scontato che gli interessi della grande impresa prevarranno su quelli delle Pmi fino a quando queste ultime non avranno un loro difensore specifico a esse dedicato.

Eppure questa è anche l'occasione giusta, in attesa di vedere chiarite le ripartizioni delle competenze e l'importanza del peso specifico di singoli uffici e direzioni all'interno del nuovo organigramma del Mise, per chiedersi cosa se ne vuole fare, e come vada orientato nella direzione delle piccole e medie imprese italiane.

Non è poi così difficile comprendere cosa serva, quali siano le urgenze di questa componente così rilevante e dinamica del nostro tessuto produttivo.
Basta leggersi ogni sei mesi il prezioso contributo che proviene dalla pubblicazione da parte della Bce del Rapporto sulle condizioni dell'accesso al credito per le Pmi. Ogni volta, tra le prime tabelle, si trova la risposta a quale sia il problema più pressante per le piccole imprese all'interno dell'area dell'euro. Ed è da quando esiste questa pubblicazione, dallo scatenarsi della prima recessione del 2008-2009, che la risposta dominante è: la mancanza di clienti. Lo è anche oggi che il resto del mondo ha ripreso a tirare, a conferma che la soluzione ai problemi delle nostre piccole imprese non può che passare, obbligatoriamente, anche per una riqualificazione della spesa pubblica italiana, che abolisca gli sprechi (stimati attorno al 20 per cento del bilancio dello Stato dalle analisi di alti funzionari del Senato) e che rilanci capitoli "intelligenti" di spesa.

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