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Questo articolo è stato pubblicato il 27 agosto 2013 alle ore 06:35.

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Luigi Lucchini, scomparso ieri all'età di 94 anni, è stato davvero un uomo del Novecento italiano. Per il talento di imprenditore, che lo ha visto protagonista in tutte le fasi del secolo scorso: la vitale e felice ricostruzione post-bellica, il violento up-grading tecnologico sperimentato dalle fabbriche negli anni Settanta e Ottanta, la complessa internazionalizzazione degli anni Novanta. Ma, anche, per la disponibilità a occupare ruoli pubblici, come la presidenza di Confindustria: un incarico ricoperto dal 1984 al 1988, in un passaggio delicatissimo per la storia italiana, segnato dalla fine della scala mobile, dalla crisi del sindacato e da un ritorno del primato della politica incentrato sulla dura competizione fra il craxismo e la sinistra democristiana. «Le sue acciaierie - sottolinea Carlo Mapelli, docente di siderurgia al Politecnico di Milano - hanno fornito i semilavorati e i laminati con cui, negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, sono state costruite le strade e le case, i capannoni e le città in molte parti del Paese. Prodotti lunghi. Tondo per cemento armato. E, successivamente, fili e barre per la meccanica, per i mezzi di trasporto e per le macchine movimento terra».
Quella di Lucchini è una vicenda esemplare della nostra storia economica e sociale. Negli anni Cinquanta le lavorazioni artigianali si industrializzano. Grazie al driver della domanda interna e alla formazione di un vero mercato nazionale, i profili di molte attività economiche evolvono da semplici opifici a vere e proprie fabbriche. Questo capita anche alla Lucchini, il cui nucleo originario era stato - a Casto, in Valle Sabbia, nel Bresciano - una forgia in cui il nonno di Luigi, Giacinto, fabbricava badili, zappe e secchi. Un'attività continuata dal padre Giuseppe e, poi, nell'immediato dopoguerra ammodernata da Luigi con il primo treno di laminazione.
Negli anni Settanta la siderurgia rappresenta uno dei settori in cui la competizione interna, l'influenza dei meccanismi regolatori comunitari e le politiche industriali dei singoli Paesi rendono particolarmente complicata un'attività imprenditoriale che, peraltro, deve anche subire la forza corrosiva - ingente per un comparto capital intensive - dei meccanismi inflattivi. «È in quel periodo - ricorda Giovanni Baietti, uno dei dirigenti industriali che più sono stati vicini al Cavalier Lucchini - che si sono poste le basi per un miglior posizionamento di mercato: con gradualità il gruppo Lucchini ha abbandonato i prodotti lunghi comuni ed è salito di categoria, fino agli acciai speciali». Ed è proprio negli anni Settanta, mentre in fabbrica Lucchini costruisce un modello misto in cui il capitalismo familiare coesiste con un tasso di managerializzazione che non tutte le imprese siderurgiche conoscono, che inizia il suo impegno nella rappresentanza.
Nel 1978 viene nominato presidente degli industriali bresciani. Un incarico ricoperto fino al 1983. L'anno successivo diventa presidente di Confindustria. «Il passaggio è particolarmente complesso - ricorda lo storico Giuseppe Berta - il sindacato è ancora spaccato e il risultato del referendum sulla scala mobile produrrà effetti di medio periodo. Ma lui esercita il suo ruolo con moderazione. Non è un falco». Anche nella vita pubblica resta l'impronta dell'uomo di fabbrica. Un assertore convinto della centralità della manifattura, di cui la siderurgia rappresenta una componente essenziale. Ma con una vigoria nei comportamenti che non scade mai in una sorta di "abuso della posizione dominante".
Proprio questa pragmatica dimensione da imprenditore dell'economia reale è quella che, per esempio, fa scattare l'attrazione con Enrico Cuccia. «Nel 1987 - rammenta lo storico dell'economia Giandomenico Piluso - Cuccia è impegnato nel processo di privatizzazione di Mediobanca. La Lucchini entra nel suo capitale. Cuccia vede in lui un solido imprenditore manifatturiero che non si è mai occupato di finanza, ma che soprattutto non ha ambigue ambizioni di potere. Per quanto sia ai vertici di Confindustria, non è comunque un membro dell'estabilishment del vecchio Triangolo Industriale».
Dunque, Lucchini si trova nella particolare condizione di chi - con diversi incarichi e diversi pacchetti azionari di peso - sceglie di partecipare alla vita della comunità finanziaria italiana, nel delicato passaggio della mutazione di Mediobanca e delle privatizzazioni, ma allo stesso tempo si dedica allo sviluppo del suo gruppo. Quest'ultimo, negli anni Novanta, cresce non poco, acquisendo nel 1993 le ex acciaierie pubbliche di Piombino e di Trieste, oltre alla polacca Huta Warszawa (l'anno prima, 1992) e alla francese Ascometal (1999). Allora, il gruppo Lucchini sperimenta la classica "crisi da crescita".
A fine anni Novanta produce sei milioni di tonnellate di acciaio, ha circa 10mila dipendenti e un fatturato consolidato che, a seconda dell'esercizio, è compreso tra i 3mila e i 3.500 miliardi di lire. Come è spesso capitato nella storia del nostro Paese lo sviluppo dell'attività manifatturiera trova una criticità sostanziale nella parte finanziaria. Gli investimenti ammontano a 1.200 miliardi di lire. In una struttura così esposta, ogni sassolino può diventare una pietra di inciampo. Accade, per esempio, che l'acquisto di materia prima per fare funzionare gli altiforni di Piombino e di Trieste produca più di uno squilibrio, dato che avviene in dollari, in un momento in cui la valuta statunitense è forte. «Questo - rammenta Baietti - portò a una situazione non facile, soprattutto in una attività che aveva un margine operativo lordo non superiore al 7-8 per cento».

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