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Questo articolo è stato pubblicato il 15 ottobre 2013 alle ore 07:02.
L'ultima modifica è del 15 ottobre 2013 alle ore 07:22.

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Istituzioni e teatri coalizzati a Milano contro il decreto cultura firmato dal ministro Massimo Bray. Ieri il sindaco Giuliano Pisapia e il presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni si sono riuniti ieri a Palazzo Marino per il consiglio generale del Piccolo Teatro, arrivando ad una conclusione unitaria: la legge 112 è sbagliata, perché riduce le risorse pubbliche e al tempo stesso non permette agli enti lirici in equilibrio finanziario di trovare agilmente sostenitori privati.
«Occorre che il ministro Bray riconosca l'errore», ha detto Maroni, spiegando le modifiche che vorrebbe fossero inserite nella legge di stabilità. «Ci deve essere un emendamento - ha spiegato - che modifica l'errore e tutela, come è giusto tutelare, sia il Piccolo, sia la Scala, sia le altre fondazioni musicali che sono in grado di mantenersi». Se così non fosse lo Strehler, sottolinea il governatore della Lombardia, «rischia la chiusura, e dobbiamo scongiurare un evento che sarebbe un danno alla cultura e al patrimonio culturale non solo milanese e lombardo».

Il decreto cultura, secondo gli enti lirici milanesi, ha essenzialmente un grande limite: prevedendo la trasformazione del consiglio di amministrazione in un semplice consiglio d'indirizzo, con 7 membri al massimo, riduce la possibilità di reperire risorse su mercato, visto che gli eventuali azionisti privati difficilmente troverebbero posto all'interno del cda. Inoltre la legge mette a disposizione un fondo nazionale di 70 milioni per salvare le fondazioni in difficoltà, ma di questi la fetta maggiore andrà a sostenere le casse degli enti in rosso (ad esempio 15 milioni verranno garantiti solo al Maggio fiorentino). Infine, tra le altre cose, la norma limita la possibilità di sottoscrivere un contratto autonomo con le proprie maestranze, imponendo a tutti i teatri la contrattazione nazionale. Riassumendo: il decreto, per i politici lombardi, riduce la possibilità degli enti lirici in equilibrio finanziario di reperire fondi privati, senza però garantire pari entrate pubbliche; e per finire non riconosce neppure l'autonomia gestionale richiesta da anni. Nel sottolineare queste incongruenze sono allineati sia i vertici della Scala che quelli del Piccolo Teatro.
Sabato mattina Maroni incontrerà il ministro Bray per affrontare questi punti, mentre il sindaco Pisapia probabilmente lo vedrà anche prima. «Faremo squadra per la stessa richiesta», hanno garantito.

Insieme ai vertici politici, ci sono anche i soci del Piccolo che chiedono al governo di ripensare il decreto con un provvedimento «urgente e straordinario». Lo ribadisce un ordine del giorno approvato ieri sera dal consiglio generale dell'ente fondato da Giorgio Strehler, allarmato dalle norme che lo equiparano alla pubblica amministrazione. «I tempi - ha spiegato il direttore Sergio Escobar - sono strettissimi, perché gli effetti devastanti sono immediati. Per il Piccolo non c'è un piano B. Il teatro non ha mai accettato di sopravvivere».
Intanto buone notizie per la Scala sul fronte del bilancio 2013. Ieri i membri del cda hanno ribadito che il pareggio è vicino anche quest'anno (come negli ultimi 8 anni). I numeri saranno simili a quelli del consuntivo 2012. Il budget complessivo è di circa 116 milioni. I contributi pubblici totali arrivano a 43,3 milioni, mentre quelli privati (inclusi i ricavi propri) ammontano a 72 milioni, di cui 31 derivanti dalla vendita dei biglietti. Gli spettatori sono 425mila, gli abbonati 17mila.

LA VICENDA

L'allarme.
Sul Sole 24 Ore in edicola lo scorso 8 ottobre Salvatore Carrubba ha rilanciato l'allarme del direttore del Piccolo Teatro di Milano, Sergio Escobar, «sulle norme che hanno, di fatto, parificato i teatri stabili pubblici alle pubbliche amministrazioni, sottoponendoli ai vincoli della spending review. «Forse – scriveva l'editorialista del quotidiano - si vuol ribadire il principio che solo la mano pubblica può gestire la cultura, benché i risultati in decenni siano stati tutt'altro che lusinghieri».

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